Il sublime: dialogo con Kant

Cosa ci atti­ra nel­la vio­len­za e nell’efferatezza di un film dell’orrore o di un thriller? Per­ché assis­ti­amo con tan­ta pas­sione e tan­to inter­esse alle gran­di tragedie, da Eschi­lo a Shake­speare? Come mai ci inter­es­si­amo così tan­to alla sof­feren­za degli uomi­ni? Cosa ci atti­ra nell’imperversare del­la forza smisura­ta di una tem­pes­ta, di un uragano o di un mare­mo­to? Queste sono solo alcune delle cose infini­ta­mente poten­ti e dis­trut­tive che ci rapis­cono ma spes­so ci affasci­na non solo ciò che è immen­sa­mente forte ma anche ciò che è smisurata­mente grande; guardiamo il cielo infini­to oppure l’oceano scon­fi­na­to. Pos­si­amo spinger­ci anche oltre; pos­si­amo riflet­tere sul­la pic­colez­za dell’uomo all’interno del­lo smisura­to uni­ver­so e sen­tir­ci attrat­tati da tale pen­siero. Nonos­tante l’uomo abbia però sem­pre sof­fer­to per la sua pic­colez­za, per la sua lim­i­tazione, per la sua debolez­za, per la sua fragilità, tutte queste situ­azioni ser­bano, ai nos­tri occhi, un fas­ci­no enorme. Per­ché? Le risposte potreb­bero essere moltepli­ci e del resto ques­ta propen­sione umana, appar­ente­mente con­trad­dit­to­ria, è sta­ta ogget­to di non poche indagi­ni nel cor­so del­la sto­ria del pen­siero. Gli stu­di a tal propos­i­to rag­giun­gono la vet­ta più alta in Europa, durante il XVIII sec­o­lo, dove questo fenom­e­no è chiam­a­to con un nome che ne chiarisce già la natu­ra: sub­lime. Noi non ci dis­perder­e­mo però fra le innu­merevoli rif­les­sioni che quel sec­o­lo ci ha con­seg­na­to ben­sì cercher­e­mo la rispos­ta alla nos­tra doman­da nell’opera di colui che le ha com­pen­di­ate, rielab­o­rate e con­seg­nate alla pos­ter­ità: Immanuel Kant.

Egli affronta questo prob­le­ma nell’ultima delle sue tre critiche: la Crit­i­ca del­la capac­ità di giudizio. Ciò che il filoso­fo osser­va è, come abbi­amo già nota­to, che nell’esperienza umana vi sono momen­ti in cui osservi­amo fenomeni infini­ta­mente gran­di oppure infini­ta­mente for­ti, ver­so cui provi­amo un dispi­acere che però appare lega­to ad un par­ti­co­lare piacere che cos­ti­tu­isce il moti­vo per cui non pos­si­amo fare a meno di con­tem­plar­li (ovvi­a­mente nel caso di forze smisurate questo fenom­e­no è accom­pa­g­na­to dal piacere solo se esse non cos­ti­tu­is­cono una minac­cia reale per l’individuo… in caso di peri­co­lo reale la pau­ra pren­derebbe il sopravven­to sul sud­det­to piacere). La ragione di ciò è da ascriver­si alla duplice natu­ra dell’essere umano. Se l’uomo infat­ti è da un lato un essere fisi­co, d’altra parte è anche qualcos’altro; egli non si limi­ta alla sua mate­ri­al­ità, alla sua istin­tu­al­ità nat­u­rale ben­sì è qual­cosa di più. Egli è infat­ti anche volon­tà, inte­sa come razion­al­ità. Si deve par­tire da ques­ta duplic­ità dell’uomo, che è cor­po e ragione, per spie­gare l’esperienza sublime.

Tramite questo appa­ra­to con­cettuale è adesso pos­si­bile anal­iz­zare meglio il fenom­e­no sub­lime; ripen­si­amo agli esem­pi fat­ti sopra e sceglia­mone uno a caso: la tem­pes­ta. Assis­ten­do ad essa (ovvi­a­mente da una posizione da cui non può far­ci alcun male) il piacere mis­to al dispi­acere segue in realtà un ordine ben pre­ciso, sebbene nell’esperienza conc­re­ta il sogget­to non riesca a fis­sar­li in modo net­to e dis­tin­to. Al pri­mo impat­to con la sud­det­ta tem­pes­ta siamo istin­tual­mente por­tati a provare dispi­acere, in quan­to ci ren­di­amo con­to che, di fronte ad una forza del genere, il nos­tro cor­po non reg­gerebbe il con­fron­to, venen­do annien­ta­to all’istante. Se dunque il dispi­acere che provi­amo pog­gia sul­la sfera fisi­ca del­la nos­tra per­sona, il piacere risiederà nel­la sfera razionale. Il mec­ca­n­is­mo del piacere scat­ta infat­ti quan­do ci ren­di­amo con­to che, nonos­tante la supe­ri­or­ità fisi­ca del­la tem­pes­ta che può dis­trug­gere la nos­tra cor­por­e­ità, essa non potrà mai intac­care la nos­tra lib­era volon­tà che va oltre il mon­do sen­si­bile. Il nos­tro cor­po può essere forza­to, incate­na­to, annien­ta­to ma non esistono freni nel mon­do fisi­co capaci di vin­co­lare la nos­tra volon­tà razionale. Questo è il moti­vo per cui, nonos­tante un pri­mo doloroso impat­to ver­so ciò che infini­ta­mente forte, nasce quel sen­so di piacere mis­to a fas­ci­no; esso non sca­tur­isce dall’oggetto in sé ma dal­la nos­tra inte­ri­or­ità. Questo vale per le gran­di forze, come abbi­amo appe­na osser­va­to, ma anche per le infi­nite grandezze; il mec­ca­n­is­mo è lo stes­so. Pren­di­amo la vastità sen­za con­fi­ni del cielo che ci sovras­ta, i nos­tri sen­si ques­ta vol­ta non sono minac­ciati ma umil­iati: nel­la loro pic­colez­za non riescono ad abbrac­cia­re un’estensione così vas­ta e questo ci fa sof­frire. A porre rime­dio è nuo­va­mente la nos­tra com­po­nente razionale: anche se non rius­ci­amo, tramite i sen­si, a fig­u­rar­ci men­tal­mente il cielo smisura­to, pos­si­amo comunque par­torire un’idea che riesca a rac­chi­ud­er­lo: che ques­ta idea sia da noi chia­ma­ta Dio oppure Infinità poco impor­ta, quel che con­ta è che tramite queste idee noi ci ren­di­amo con­to di pot­er dom­inare e con­tenere men­tal­mente ciò che i nos­tri sen­si non riescono min­i­ma­mente ad abbracciare.

Kant ovvi­a­mente bat­tez­za queste due dif­fer­en­ti tipolo­gie di sub­lime
: l’infinito del­la grandez­za dà luo­go al sub­lime matem­ati­co men­tre l’infinito del­la forza dà luo­go al sub­lime dinam­i­co. Al di là dei nomi la sostan­za del fenom­e­no sub­lime rimane però sem­pre la stes­sa, sia nel­la con­tem­plazione di spazi infini­ti, sia nell’estasi sus­ci­ta­ta da forze smisurate e incon­teni­bili: quan­do osservi­amo l’immensità este­ri­ore delle cose, sti­amo in realtà guardan­do l’infinità che è den­tro di noi.

 

Foto: C. D. Friederich, Abbazia nel querce­to, (1808–10). Alte Nation­al­ga­lerie, Berlino

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