Non bisogna mai confondere leggibilità e comunicazione. Solo perché qualcosa è leggibile non significa che comunichi, e soprattutto non significa che comunichi la cosa giusta”

David Car­son – classe 1954 –  è un design­er statu­nitense che ha rag­giun­to la fama negli anni novan­ta cav­al­can­do l’onda del­la “grunge typog­ra­phy” con la riv­ista di musi­ca Ray Gun, di cui fu il diret­tore artis­ti­co dal 1992 al 1995. La noto­ri­età gli è sta­ta data dal­la riv­o­luzionar­ia capac­ità di dis­sol­vere, strap­pare e rimodel­lare immag­i­ni e scritte. Una grafi­ca sim­i­le, così  diver­sa da quel­la tradizionale, fu subito riconosci­u­ta in lin­ea con la vio­len­ta e rab­biosa reazione a ciò che gli anni 80 ave­vano rap­p­re­sen­ta­to a liv­el­lo sociale, politi­co, cul­tur­ale e musi­cale, “il grunge”. Ma il suo per­cor­so non è quel­lo clas­si­co di un grafi­co e pro­prio questo gli ha dona­to l’approccio mul­ti­dis­ci­pli­nare che lo contraddistingue.

Negli anni ’70 Car­son lavo­ra­va come surfer pro­fes­sion­ista, ed è in questo panora­ma che si avvic­i­na al mon­do del­la grafi­ca, attorno agli anni ’80. Fre­quen­tò la San Diego State Uni­ver­si­ty e suc­ces­si­va­mente la Ore­gon Col­lege of Com­mer­cial Art, lau­re­an­dosi in Arte e Soci­olo­gia. I suo pri­mi lavori di grafi­ca e sper­i­men­tazione riman­gono nell’ambito del surf, per riv­iste come Transworld Skate­board­ing e Surfer, ma è con Ray Gun nel ’92 che rag­giunge il suc­ces­so. In quel peri­o­do la sper­i­men­tazione era molto in voga negli ambi­en­ti under­ground e ciò favorì la dis­tribuzione del­la riv­ista e la lib­ertà stilis­ti­ca di Car­son. Il suo pri­mo libro, “The End of Print”, uscì nel ’95, men­tre col­lab­o­ra­va con Pep­si, Ray Ban, Nike, Kodak, Sony, NBC, MTV e cura­va la grafi­ca di artisti come Mud­honey e Oasis.

L’impaginazione caot­i­ca di Car­son si con­trap­pone a quel­li che furono per i decen­ni prece­den­ti i prin­cipi del­la grafi­ca legati alla neu­tral­ità espres­si­va. Il rifi­u­to delle regole e del­la pre­ci­sione era­no pos­si­bili anche gra­zie ad un nuo­vo stru­men­to, il Mac­in­tosh 128K, che nel 1984 liberò i design­er dal­la prog­et­tazione a mano. Ques­ta tec­nolo­gia ha rad­i­cal­mente cam­bi­a­to il mon­do dal­la tipografia e del design: creare qual­cosa di nuo­vo diven­ta più veloce, con­fer­en­do ai grafi­ci che uti­liz­zano i nuovi pro­gram­mi Apple, grande lib­ertà nel­la sper­i­men­tazione. I carat­teri dei New Media diven­tano preg­nan­ti nelle elab­o­razioni gra­fiche: Car­son trasferisce i con­no­tati delle impag­i­nazioni dig­i­tali nelle cop­er­tine di Ray Gun; accav­al­lan­do le scritte dona inter­at­tiv­ità e simul­tane­ità a qual­cosa di sta­ti­co come una pri­ma pagina.

The End of Print”, infat­ti, si riferisce alla morte del­la tipografia clas­si­ca, inte­sa come un sis­tema obso­le­to e lim­i­ta­to. La nuo­va grafi­ca dig­i­tale, invece, fuori dalle regole, è un lin­guag­gio fat­to di dis­or­dine seman­ti­ca, fusione di foto, scritte e dis­eg­ni in un’unica pag­i­na, uti­liz­zo di carat­teri in modo fig­u­ra­to. Car­son amplia la por­ta­ta comu­nica­ti­va del mes­sag­gio e appli­ca nuovi canoni espres­sivi anche a scapi­to del­la imme­di­atez­za del­la comu­ni­cazione. Le sue cop­er­tine sono una per­son­ale inter­pre­tazione grafi­ca alla musi­ca, che si basa sull’ascolto degli album su cui deve lavo­rare, come nel caso di Beck.

Risale al 1996 quel­la cop­er­ti­na con pro­tag­o­nista il can­tante del famoso sin­go­lo “Los­er”. La figu­ra del musicista appare come dietro ad un vetro opa­co ed appan­na­to: l’immagine indefini­ta è una citazione al video del­la can­zone, in cui Beck è ripreso con il volto cen­sura­to da un’ appan­natu­ra fino a che egli stes­so non se ne lib­era stro­fi­nan­do la lente del­la tele­cam­era. Le scritte sono a carat­teri maius­coli, eccezion fat­ta per il nome dell’artista: di nuo­vo il grafi­co esem­pli­fi­ca in seg­ni il ruo­lo di cui il musicista si fa por­tav­oce, il perdente.

Appa­gan­do i req­ui­si­ti esteti­ci di Beck, del pop-junk, Car­son dà una voce ad uno stru­men­to muto come la tipografia, esprime con la pura estet­i­ca del seg­no ciò che gli artisti inten­de­vano esprimere con il suono. La sua grafi­ca pro­pone una visione inclu­si­va del­la cul­tura con­tem­po­ranea, questo lo ha reso un impor­tante pun­to di rifer­i­men­to per le  gen­er­azioni a venire di grafi­ci e designer.

 
* Questo arti­co­lo segue il lavoro di anal­isi semi­ot­i­ca di Margheri­ta Tofanelli.

Foto: David Car­son; cop­er­tine di Ray Gun sug­li Oasis e Beck.

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