Bong Joon-ho contro l’ipocrisia della società nel suo ultimo film candidato alla Palma d’Oro 2017

Cupidi­gia. 2007, New York City. Nel­la pri­ma sce­na ci viene pre­sen­ta­ta Lucy Miran­do (Til­da Swin­ton), l’amministratrice del­la Miran­do Cor­po­ra­tion che descrive se stes­sa come il nuo­vo volto del­la soci­età, benefi­co e amoroso, vici­no al con­suma­tore, in totale con­trasto con i suoi pre­de­ces­sori (non­no, padre e sorel­la gemel­la) descrit­ti come per­sone crudeli e prive di scrupoli, inter­es­sate solo al mero guadag­no. Annun­cia alla fol­la di gior­nal­isti di aver scop­er­to in Cile una nuo­va raz­za di maiali, i super­ma­iali, che riv­o­luzion­er­an­no l’industria gas­tro­nom­i­ca gra­zie al loro impat­to ecososteni­bile e alla squisitez­za del­la loro carne. Ven­ti­sei cuc­ci­oli di super­ma­iale ver­ran­no affi­dati ad all­e­va­tori di diver­si pae­si del mon­do e, tra dieci anni, in cit­tà si assis­terà alla pre­mi­azione del super maiale migliore, inau­gu­ran­do la ven­di­ta del­la sua carne miracolosa.
La bon­tà di Lucy viene metaforiz­za­ta dal suo abito rosa con­fet­to, dai suoi dol­ci sor­risi e dal­la sua affa­bil­ità nel riv­ol­ger­si ai gior­nal­isti. Ma i super­ma­iali non sono sta­ti scop­er­ti per caso e il loro impat­to sull’ambiente non è affat­to pri­vo di con­seguen­ze. Lucy par­la il lin­guag­gio del con­sum­is­mo attuale, quel­lo che si nasconde dietro la maschera del bio­logi­co per vendere un prodot­to cre­ato in lab­o­ra­to­rio e non a chilometro zero.

Seren­ità. Corea del Sud, dieci anni dopo. Siamo cat­a­pul­tati sulle mon­tagne core­ane insieme a Mija e Okja. Mija è la ragazz­i­na che ha avu­to la for­tu­na di crescere Okja, il suo super­ma­iale, insieme al non­no, nel­la lib­ertà di uno stile di vita eremitico.
Okja non è un sem­plice ani­male, ma una com­pagna di vita a tut­ti gli effet­ti, attra­ver­sa­ta da affet­to per la padronci­na che vive in sim­biosi con lei, e carat­ter­iz­za­ta da un’intelligenza che spon­tanea­mente si potrebbe dire umana. L’aggettivo tut­tavia non rende mer­i­to alle capac­ità del super­ma­iale, vista la bes­tial­ità delle azioni che gli umani sono capaci di fare.

Rab­bia. Seul. I fatidi­ci dieci anni sono pas­sati e la troupe tele­vi­si­va del­la Miran­do Cor­po­ra­tion rag­giunge Mija e Okja nel loro par­adiso. E’ in questo momen­to che il non­no dis­trae la bam­bi­na por­tan­dola lon­tano dal­la loro capan­na, alle tombe dei suoi gen­i­tori, e inaspet­tata­mente le regala un maiali­no d’oro, com­pra­to col denaro che avrebbe dovu­to invece usare per ottenere la pro­pri­età di Okja. Per­ché è pro­prio lei che viene selezion­a­ta come miglior super­mi­a­iale, e pro­prio lei viene por­ta­ta via dal­la mon­tagna e trasporta­ta in un camion ver­so New York City. Mija rin­corre il trasporto per la cit­tà, ma non è l’unica inter­es­sa­ta a Okja: anche il grup­po del Fronte Lib­er­azione Ani­male vuole assi­cu­rar­si del­la sua inco­lu­mità. O, almeno, così siamo por­tati a pensare.
E’ chiaro che anche il non­no è guida­to dal­la stes­sa cupidi­gia del­la Miran­do Cor­po­ra­tion, e che forse è sem­pre la stes­sa bra­ma a portare avan­ti il prog­et­to degli ani­mal­isti. Sebbene pro­nun­ci­no con­tin­u­a­mente frasi di vic­i­nan­za e affet­to nei con­fron­ti di Okja e Mija, solo quest’ultime par­lano il lin­guag­gio del sen­ti­men­to. Anco­ra ipocrisia, anche da parte di chi si mette dal­la parte dei buoni.

Empa­tia. New York City. Okja ci por­ta den­tro gli all­e­va­men­ti del­la Miran­do Cor­po­ra­tion ed è ora che la per­son­ifi­cazione dell’animale rag­giunge il suo apice: non sono delle bestie a subire quelle vio­len­ze, ma dei nos­tri amici.
Se da un lato lo spet­ta­tore è sem­pre più spin­to ad iden­ti­fi­car­si con il super­ma­iale, dall’altro ora è Mija ad immedes­i­mar­si nel­la men­tal­ità con­sum­isti­ca: la ragazz­i­na non par­la più nel­la sua lin­gua, ma quel­la degli affari e del guadag­no, tipi­ca del­la fre­net­i­ca soci­età amer­i­cana, e sarà ques­ta diver­sa for­ma men­tis che le con­sen­tirà di sfruttare il suo maiale d’oro.

Ad alcu­ni forse risul­terà dif­fi­cil­mente digeri­bile il buon­is­mo che definisce l’insolita cop­pia Mija-Okja; altri saran­no con­trari alla dura pre­sa di posizione del reg­ista sud­core­ano Bong Joon-ho nei con­fron­ti dell’industria ali­menta­re, mes­sa in sce­na con iro­nia pun­gente e crudez­za. Infat­ti non si assiste sem­plice­mente ad una crit­i­ca dei meto­di di pro­duzione inten­si­va: è un’accusa all’ipocrisia di tut­ta la soci­età, sia dei buoni che dei cattivi.

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