esoterismo scientifico, storia dimenticata e pseudo-scienze. Alcuni problemi e qualche soluzione.

L’isti­tuzione scien­za, ovvero quel­la arti­co­lazione del pen­siero umano che riflette sul­la natu­ra e sul­la vita, che inglo­ba anche l’animale uomo, sem­bra oggi essere più forte che mai; ma non lo sa. Se tra il Sei­cen­to e l’Ottocento c’è sta­ta una affer­mazione e un con­sol­i­da­men­to del­la scien­za, gra­zie anche a uno svilup­po tec­no­logi­co espo­nen­ziale e a una lin­ea di pen­siero antropocen­tri­ca, vol­ta a sot­tomet­tere la natu­ra stes­sa, nel Nove­cen­to le certezze su cui la scien­za pog­gia­va sono cadute, o per lo meno han­no ridi­men­sion­a­to le pretese sci­en­ti­fiche. Nonos­tante ciò, in qualche modo, la scien­za ne è usci­ta rafforzata.

Il nes­so tra il ridi­men­sion­a­men­to cita­to e la for­ti­fi­cazione del­la scien­za potrebbe non essere così evi­dente: infat­ti, si potrebbe obi­ettare che la scien­za sia un uni­co bloc­co di gran­i­to che non ha mai subito graf­fi e ha pros­e­gui­to sem­pre sul suo tri­on­fale itin­er­ario. Questo pen­siero comune, cioè che la scien­za sia un pro­gres­si­vo accu­mu­la­rsi di dati, un castel­lo che è costru­ito sulle basi delle nozioni che uomi­ni geniali han­no con­tribuito a erigere, però, non è com­ple­ta­mente vero. Infat­ti, sin dal­la sec­on­da metà del Nove­cen­to, si è mostra­to, gra­zie all’opera di filosofi e stori­ci del­la scien­za, come la scien­za non sia quell’inespugnabile forti­no che si è sem­pre pen­sato fos­se, ma che invece essa “si erge sulle palafitte”, come ha spie­ga­to Popper.

Con tale espres­sione, Pop­per por­ta al cen­tro dell’attenzione l’idea che le asserzioni-base su cui si fon­da la scien­za, cioè quel nucleo di propo­sizioni che sono ritenute tem­po­ranea­mente valide dal­la comu­nità sci­en­tifi­ca, pro­prio in vista del­la loro con­ven­zion­al­ità ren­dono la scien­za pre­caria, in quan­to la “base empir­i­ca delle scien­ze ogget­tive non ha in sé nul­la di asso­lu­to”.

Ques­ta appar­ente debolez­za, in realtà, è una grande forza, per­ché per­me­tte alla scien­za, o meglio alle scien­ze, di pot­er riflet­tere su se stesse, di cogliere con spir­i­to nuo­vo la pro­pria por­ta­ta e le pro­prie dimen­sioni con­no­ta­tive, di con­vi­vere con la ter­ri­bile, ma quan­to mai utile, idea che la conoscen­za umana pos­sa avere dei lim­i­ti, che la scien­za stes­sa abbia dei limiti.

Tut­to questo, però, gli scien­ziati non lo san­no o fan­no fin­ta di non saper­lo. Cosa inter­es­sa a uno scien­zi­a­to se Paracel­so ha bru­ci­a­to i lib­ri di Galeno? E poi chi sono Paracel­so e Galeno? Solo nomi dimen­ti­cati, uomi­ni che han­no vis­su­to, ma che ormai sono sta­ti superati. La scien­za e gli scien­ziati dimen­ti­cano, sono affet­ti da gravi vuoti di memo­ria: gli uomi­ni sono solo for­mule che devono essere ricor­date. Ein­stein è E=mc2, Heisen­berg è il prin­ci­pio di inde­ter­mi­nazione e la mec­ca­ni­ca delle matrici.

Tale atteggia­men­to di chiusura rispet­to alla sto­ria, alle sor­ti del mon­do, ha per­me­s­so alla scien­za di espan­der­si e di assi­cu­rar­si un ruo­lo ege­mon­i­co all’interno del­la nos­tra civiltà, sia impri­men­do la sua men­tal­ità che esportan­do i suoi prodot­ti nel­la soci­età. La men­tal­ità sci­en­tifi­ca è quel­la dell’operatività, del­la ogget­ti­vazione, del dial­o­go man­ca­to, dell’utile. È un agire pri­vo di auto-rif­les­sione e di auto-critica.

Pro­prio questo modo di fare oggi non è più accetta­to. Nell’epoca del più totale scetti­cis­mo, sec­on­do il filoso­fo tedesco Weischedel, la scien­za sta com­in­cian­do a pagare ques­ta sua propen­sione eso­ter­i­ca. L’esoterismo sci­en­tifi­co, che risale sino al pitagoris­mo, è ciò che sem­bra dare allo scien­zi­a­to il pro­prio “sta­tus”: non si è scien­ziati se non si opera all’interno del­la comu­nità sci­en­tifi­ca, se non si adot­tano gli esem­plari e i “par­a­dig­mi”, mi sia pas­sato tale ter­mine così abusato, del­la comu­nità stes­sa. Inoltre, è la comu­nità sci­en­tifi­ca che decide quali prob­le­mi risol­vere e molto spes­so tali prob­le­mi non con­sid­er­a­no l’utilità sociale ma solo delle deter­mi­nate carat­ter­is­tiche, che qual­i­f­i­cano i prob­le­mi come “romp­i­capo”: essi pos­sono essere chia­mati in tal modo solo se il prob­le­ma ammette una risposta.

Ecco, allo­ra, che la com­po­nente eso­ter­i­ca del­la scien­za va a legar­si a un altro fenom­e­no che sta emer­gen­do con l’avvento di Inter­net: la lib­ertà incon­trol­la­ta di opin­ione, anche a ris­chio di dif­fondere le cosid­dette “bufale”, che tan­to carat­ter­iz­zano l’informazione odier­na. Tale lib­ertà sta met­ten­do in crisi l’assunto per cui la scien­za è la sola fonte attendibile di sapere: stan­no nascen­do, cioè, delle pseu­do-scien­ze, cor­ren­ti di pen­siero che pro­pon­gono alter­na­tive a quelle “uffi­ciali” del­la scienza.

L’informazione sci­en­tifi­ca sta suben­do ques­ta crisi, come det­to, causa­ta dal­la grande lib­ertà di espres­sione che deri­va da Inter­net e dall’uso dei social media, per­ché la gente comune non si vede più rap­p­re­sen­ta­ta dal­la scien­za “uffi­ciale”, trop­po chiusa nel pro­prio oriz­zonte spe­cial­iz­za­to, per rispon­dere alle loro esi­gen­ze. Questo com­pi­to, quin­di, viene ril­e­va­to dalle scien­ze alter­na­tive, che dan­no risposte pronte e in apparen­za effi­caci, sebbene non sper­i­men­tate e alla lun­ga fallaci.

Le pseu­do-scien­ze, però, si legano anche alle com­po­nen­ti sociali ed eco­nomiche, ovvero pos­sono affer­mare il loro “sta­tus” per­ché si con­trap­pon­gono a una ben deter­mi­na­ta lin­ea di pen­siero, quel­la che Fusaro ha rib­at­tez­za­to “glob­al­i­taris­mo”. Il neol­o­gis­mo uti­liz­za­to dal filoso­fo tori­nese indi­ca l’idea per cui vi sarebbe un’operazione di omologazione e sfrut­ta­men­to del potere eco­nom­i­co neo-lib­erale da parte di quel­lo che viene defini­to il pen­siero uni­co. Tale pen­siero sarebbe rap­p­re­sen­ta­to da una lin­gua sem­pre più sem­plice e uni­ca ( l’inglese), una edu­cazione sem­pre più povera affinché gli stu­den­ti pos­sano essere sfrut­tati dal regime del cap­i­tale, il quale sarebbe il vero e pro­prio padrone delle nos­tre vite.

Dunque, la sem­pre più per­va­si­va pre­sen­za-assen­za sci­en­tifi­ca e l’espansione, soprat­tut­to sui social media, delle pseu­do-scien­ze stan­no met­ten­do in crisi l’istituzione sci­en­tifi­ca. Di fronte a tali sfide, è nec­es­sario impugnare soprat­tut­to due armi: quel­la del­la sto­ria e quel­la filosofia, unen­dole in una cor­nice morale.

La sto­ria del­la scien­za deve avere il com­pi­to di mostrare come la scien­za stes­sa sia pos­si­bile solo in un con­testo umano, fat­to anche di errori, di cre­den­ze, di miti, soprat­tut­to mostrare che la scien­za non è una mera accu­mu­lazione di dati e nozioni, ma un proces­so che è inte­gra­to nel­la sto­ria umana. Essa è dunque lega­ta indis­sol­u­bil­mente ai des­ti­ni eco­nomi­ci, sociali e umani, di con­seguen­za alla soci­età stessa.

La filosofia ha il ruo­lo di assis­tere la scien­za nell’arduo com­pi­to di riflet­tere su se stes­sa, di oper­are quell’auto-critica che per­me­t­terebbe ad essa di com­pren­derne i lim­i­ti intrin­se­ci, pri­mo fra tut­ti che osser­va­tore e osser­va­to vivono in sim­biosi, cos­ic­ché è dif­fi­cile dis­tinguere i due: la rif­les­sione sull’esterno è un’osservazione sull’interno.

La scien­za, poi, deve essere inseri­ta in una cor­nice morale, per cui non vale l’idea che vi sia una dif­feren­za tra chi sco­pre e chi inven­ta, dis­tinzione già pro­pos­ta da Heisen­berg. Lo scien­zi­a­to, nel sen­so più lato, deve sem­pre agire moral­mente, cioè provare a prevedere come ciò che egli pub­blicherà, ogni nuo­va scop­er­ta, potrà essere uti­liz­za­ta, quin­di adat­tar­la al con­testo sociale in cui viene inseri­ta: bisogna sem­pre val­utare in quale relazione può essere col­lo­ca­to ciò che si sco­pre o si inventa.

Le scien­ze non devono avere alcu­na prete­sa di giun­gere alla ver­ità, a una essen­za ulti­ma del­la realtà: anzi, con le sem­pre più recen­ti scop­erte, basti pen­sare alla mec­ca­ni­ca quan­tis­ti­ca oppure alla grande dif­fi­coltà che abbi­amo nel­lo stu­di­are il cervel­lo, si sta facen­do stra­da l’idea che sia l’incertezza a dom­inare nel­la nos­tra conoscen­za dell’Universo. Come spie­ga Kuhn, il nos­tro ten­ta­ti­vo di com­pren­sione è a par­tire da e non ver­so di: non deve esistere alcu­na teleologia.

Infine, per un miglio­ra­men­to del­la relazione tra grande pub­bli­co e mon­do sci­en­tifi­co, quin­di per un ten­ta­ti­vo di minore incom­pren­sione tra le due realtà, sarebbe oppor­tuno pren­dere alcune mis­ure, come, per esem­pio, aprire i lab­o­ra­tori a chi­unque abbia voglia di vis­i­tar­li e vedere in pri­ma per­sona il lavoro del­lo scien­zi­a­to; inseg­nare la sto­ria del­la scien­za e l’applicazione prat­i­ca del­la scien­za, nonché muo­vere una frut­tu­osa crit­i­ca ad essa e, da ulti­mo, coin­vol­gere mag­gior­mente gli scien­ziati nel dibat­ti­to pub­bli­co, affinché le loro fig­ure diventi­no famil­iari e pos­sa sparire quell’aurea di sacral­ità e mis­tero che aleg­gia intorno alle scienze.

 

Foto: Sci­ence for all ages, Michael Bar­ta­los, Sin­ga­pore.

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