Come cambia il nostro rapporto con gli altri nelle relazioni online

Qual è il nos­tro rap­por­to con l’altro per mez­zo dei social net­work?  Il dato che emerge è abbas­tan­za negativo.

L’esperienza sociale che sper­i­men­ti­amo tramite i social è una relazione inau­t­en­ti­ca, per­ché si attua per mez­zo di uno stru­men­to tec­ni­co e mate­ri­ale, il pc o lo smart­phone, e si propa­ga tramite uno stru­men­to tec­ni­co e astrat­to, imma­te­ri­ale, la Rete. La cor­por­e­ità scom­pare total­mente dal radar delle relazioni infor­matiche, quin­di ciò che uti­lizzi­amo è essen­zial­mente il testo scrit­to, visuale o sonoro o tut­ti e tre insieme. Il cor­po che svanisce dal­la cat­e­go­ria sociale è l’estremizzazione dell’idea comune nel­la soci­età occi­den­tale dell’uomo come l’essere razionale, che fa dell’attività teo­ret­i­ca e con­tem­pla­ti­va la sua cifra.

Ma il cor­po è ciò che ci per­me­tte di esprimer­ci, noi siamo il nos­tro cor­po: il cor­po reagisce in per­fet­ta sin­to­nia con l’impulso che deri­va dal sis­tema ner­voso, ril­e­va­tore qua­si per­fet­to del nos­tro reale sta­to emo­ti­vo. Esso ci per­me­tte di capire l’interlocutore, se esso è  a dis­a­gio, se è ben dis­pos­to nei nos­tri con­fron­ti, se mente, ecc. Tut­to questo, con il social net­work scom­pare o in qualche modo viene sos­ti­tu­ito da mezzi arti­fi­ciali che vogliono ripro­durre  la cor­por­e­ità umana.

Tut­tavia è il nos­tro cor­po che nei social viene ven­du­to: attra­ver­so le pub­blic­ità, attra­ver­so i siti per­son­al­iz­za­ti che si adat­tano a noi, attra­ver­so i nos­tri gusti. È l’immagine che prevale sul­la paro­la, è la vista che prevale su ogni altro sen­so, basti notare l’introduzione delle “sto­rie” su Face­book e Insta­gram, oppure il social Snapchat.  Anche se “pos­ti­amo” solo parole, esse sono scritte, vis­i­bili e non udi­bili. Il ten­ta­ti­vo di imitare il cor­po è evi­dente anche dall’introduzione delle “emo­ji”.

Questo mec­ca­n­is­mo di spet­ta­co­lar­iz­zazione serve a creare una dinam­i­ca di grad­uale deside­rio di vis­i­bil­ità, sem­pre più dif­fi­cile oggi a causa dell’enorme con­cor­ren­za, este­sa non più solo al pro­prio quartiere o comune, ben­sì al globo intero. Colui con cui mi devo con­frontare, per esem­pio, per essere il più grande chi­tar­rista non è più il mio vici­no, ma Jimi Hen­drix. I social net­work per­me­t­tono, data la loro veloc­ità di propagazione e por­ta­ta medi­at­i­ca, di rag­giun­gere un numero qua­si illim­i­ta­to di uten­ti. Giac­ché il suc­ces­so deri­va dal numero sem­pre mag­giore di “like” o “com­men­ti” o “con­di­vi­sioni”, l’altro viene sfrut­ta­to per pot­er com­piacere il pro­prio nar­ci­sis­mo e arti­fi­ciale bisog­no di com­par­ire. Ma cosa com­pare? Cosa diamo all’altro?

Ciò che viene reso pub­bli­co non è che la ver­sione che vor­rem­mo dare di noi stes­si, l’immagine che in ogni incon­tro vor­rem­mo trasparisse. Se nel­la let­ter­atu­ra lo spec­chio è un grande topos let­ter­ario, come il dial­o­go dell’anima con se stes­sa di pla­ton­i­ca memo­ria, adesso la metafo­ra che prevale è quel­la del manichi­no. Esso dona una for­ma, sem­pre in immag­ine, for­nisce un cor­po, il nos­tro, che però non ha con­no­tati, non è defini­bile ma di vol­ta in vol­ta può assumere una iden­tità diver­sa, in base a quel­la che scegliamo di dare. I trat­ti che for­ni­amo sono ciò che scriv­i­amo, i luoghi che dici­amo di vis­itare, le foto mod­ifi­cate, il lato migliore e pos­i­ti­vo del­la nos­tra vita.

All’altro non res­ta che dover credere, in una maniera qua­si dog­mat­i­ca, a questo uni­ver­so solip­sis­ti­co   che va sem­pre più delin­e­an­dosi. Questo com­por­ta­men­to, deg­no del­la soci­età del­lo spet­ta­co­lo, col­lo­ca però il sogget­to in due dimen­sioni diverse, le quali pos­sono provo­care una scis­sione dell’io e gener­are un  dis­tur­bo  pato­logi­co se spin­to fino all’eccesso, cioè l’incapacità di pot­er dis­tinguere la pro­pria iden­tità vir­tuale con quel­la reale, sebbene esse dovreb­bero coincidere.

L’alterità nei social net­work trascende la cat­e­go­ria “Io-Esso” di Buber, per­ché non si trat­ta più di inter­a­gire in una dimen­sione di sogget­to- ogget­to, ben­sì la piattafor­ma sociale, in genere, è divenu­ta il pal­cosceni­co per l’esibizione soli­taria e mono­log­i­ca del sogget­to, che in una relazione fit­tizia  annien­ta l’alterità, arrivan­do persi­no a elim­inare l’oggettività dell’altro: un esem­pio è la fal­sa dialet­ti­ca pre­sente su ogni social network.

Difat­ti, nelle varie dis­cus­sioni all’interno di queste piattaforme si nota come sia dif­fi­cile sostenere un dial­o­go in maniera civile, paca­ta e atti­nente all’argomento trat­ta­to. Se nei dialoghi di Pla­tone l’andamento del­la con­ver­sazione era tenu­to fer­mo dalle domande incalzan­ti di Socrate, che costringevano l’interlocutore a restare nell’ambito del tema prescel­to, adesso, invece, vige una grande con­fu­sione che non segue asso­lu­ta­mente nes­suna pre­cisa lin­ea. I com­men­ti si accal­cano, si con­fon­dono, si cer­ca di spostare l’argomentazione su ter­reni più conosciu­ti per pot­er, alla fine, spun­tar­la e ottenere ragione invece di “ren­dere ragione”.

Inoltre, il lin­guag­gio uti­liz­za­to, nel­la mag­gior parte dei casi, trascende qual­si­asi nor­ma civile fino ad arrivare all’insulto, non tenen­do con­to che il con­testo è sem­pre quel­lo di un dial­o­go, di un con­fron­to con altrui e non un monol­o­go in cui tut­to è per­me­s­so. La cre­den­za che ci sia un’assenza di respon­s­abil­ità nelle parole che ven­gono scritte deri­va da quel­la illu­sione di essere anco­ra all’interno di un con­testo orale, dove c’è poco tem­po per pot­er mem­o­riz­zare e rispon­dere a chi ci accusa, pro­tet­ti, inoltre, da un fin­to sen­so di anon­i­ma­to, pro­prio per il fat­to che non com­pare il nos­tro cor­po, ma solo il nos­tro nome.

Il “sec­on­do me” è l’espressione dis­tin­ti­va dell’era social: sem­pre più abusa­ta o sot­tin­te­sa, è una fal­sa mod­es­tia che vuole imporre la pro­pria par­ti­co­lar­ità sot­to for­ma di universale.

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