Inefficacia e ipocrisia dietro all’evergreen del dibattito italiano

Torna­to in auge dopo essere a lun­go rimas­to pro­pri­età esclu­si­va del­la Lega Nord, Aiu­ti­amoli a casa loro è lo slo­gan che sem­bra attual­mente dom­inare la dis­cus­sione polit­i­ca ital­iana. È una frase che, nell’ambito del­la dis­cus­sione sulle migrazioni in Italia, abbi­amo più volte sen­ti­to affer­mare dai banchi del­la destra e che, dopo le ultime dichiarazioni di Min­ni­ti e di Ren­zi, sem­bra aver assun­to una cer­ta trasver­sal­ità alle prin­ci­pali forze politiche ital­iane. Ques­ta trasver­sal­ità for­ma però un peri­coloso con­sen­so attorno a un’idea che è parte del prob­le­ma piut­tosto che del­la soluzione. Ma andi­amo per gradi.

La pri­ma doman­da da por­si per testare la fat­tibil­ità e l’auspicabilità di ques­ta tan­to decanta­ta strate­gia è chieder­si innanz­i­tut­to cosa sig­ni­fichi “casa loro”, ossia da dove proven­gono i migranti appro­dati in Italia. Sec­on­do i dati dell’UNHCR nel 2017 il 15% dei migranti che sbar­cano sulle nos­tre coste proviene dal­la Nige­ria, segui­ta poi a ruo­ta da Cos­ta d’Avorio (9%), Bangladesh (9%), Guinea (8%), Siria (6%), Gam­bia (6%), Sene­gal (6%), Mali (5%), Maroc­co (5%) e Eritrea (5%). A questi va poi aggiun­to infine un ulte­ri­ore 26% che proviene da altri pae­si non elencati.

Come si capisce fin da una prim­is­si­ma occhi­a­ta il panora­ma è estrema­mente fram­men­ta­to e l’applicazione del cosid­det­to “piano Mar­shall per l’Africa” sem­bra piut­tosto com­p­lessa. Il pri­mo grande pec­ca­to di ques­ta strate­gia è insom­ma quel­lo di cedere a un’idea figlia di un euro­cen­tris­mo di lun­ga data e duro a sradi­car­si, che tende a vedere l’Africa come una sor­ta di uni­co grande Sta­to, che tal­vol­ta traval­i­ca persi­no i con­fi­ni del con­ti­nente stes­so. Una visione che non potrebbe essere più lon­tana dal­la realtà.

Le situ­azioni socio-politiche di questi pae­si sono estrema­mente diverse fra loro e, nel­la stra­grande mag­gio­ran­za dei casi, un piano di aiu­ti eco­nomi­ci scal­firebbe a mala­pe­na la pun­ta dell’iceberg. Solo per fare alcu­ni esem­pi: i prin­ci­pali motivi per cui si parte dal­la Nige­ria sono i dan­ni provo­cati dalle milizie di Boko Haram, ma anche, fra le altre cose, una leg­is­lazione pesan­te­mente omo­fo­ba, il Bangladesh è invece uno dei pae­si col tas­so di povertà più alto e fra i più col­pi­ti dal cam­bi­a­men­to cli­mati­co, infine in Eritrea gov­er­na uno dei più repres­sivi regi­mi contemporanei.

Ciò che res­ta ad una pri­ma super­fi­ciale anal­isi quin­di è la qua­si impos­si­bil­ità che un piano di aiu­ti eco­nomi­ci pos­sa essere suf­fi­ciente a influire sui flus­si migra­tori, un’idea ques­ta che è in realtà già chiara all’Italia. Infat­ti benché il nos­tro paese abbia un cospic­uo numero di inves­ti­men­ti nel con­ti­nente africano (nel 2015 è sta­ta il pri­mo paese europeo per inves­ti­men­ti in Africa), questi sono ori­en­tati per­lop­iù ver­so i pae­si del­la parte merid­ionale dell’Africa (soprat­tut­to Kenya, Ango­la, Tan­za­nia e Mozam­bi­co) e ver­so l’Egitto, zone non inter­es­sate dalle rotte migra­to­rie ver­so l’Europa.

Quan­do sen­ti­amo par­lare del­la neces­sità di “aiu­tar­li a casa loro” non si par­la quin­di di aiu­to eco­nom­i­co, ma, come vedremo, di ben altro tipo di “sup­por­to”, più inter­es­sato a frenare la lib­ertà di movi­men­to degli indi­vidui piut­tosto che a miglio­rarne le con­dizioni di vita. Infat­ti, se da una parte il “piano Mar­shall” per l’Africa res­ta poco più che una dis­cus­sione nelle sedi dell’UE, dall’altra una polit­i­ca di aiu­ti a casa loro è già sta­ta mes­sa in atto, anche se in un sen­so molto diver­so.

Gheddafi e Berlus­coni in un incon­tro a Roma nel 2010. (AP Photo/Pier Pao­lo Cito)

Rispon­dono a ques­ta log­i­ca ad esem­pio gli accor­di che negli ulti­mi anni l’Italia ha fat­to con i pae­si del Nordafrica, in par­ti­co­lare la Tunisia e soprat­tut­to la Lib­ia. Si trat­ta per­lop­iù di accor­di per il con­trol­lo dei flus­si migra­tori, il cui scopo prin­ci­pale non è quel­lo di elim­inare le ragioni per la parten­za dai pae­si d’origine, un propos­i­to che, come abbi­amo vis­to, è di dif­fi­cile real­iz­zazione, ma piut­tosto di arrestare le rotte prin­ci­pali ver­so l’Europa, chi­u­den­dole con mezzi più o meno con­ven­zion­ali.

Uno dei pri­mi accor­di di questo tipo risale al 2008 e por­ta le firme del leader libi­co Gheddafi e dell’allora Pres­i­dente del Con­siglio Berlus­coni. Mal­gra­do parte di questo trat­ta­to resti anco­ra pro­tet­ta dal seg­re­to di Sta­to, ne conos­ci­amo la gran parte gra­zie ad una sen­ten­za del­la Corte Euro­pea dei Dirit­ti dell’Uomo, che ha vis­to la con­dan­na dell’Italia per vio­lazione dei dirit­ti umani a causa dei resp­ing­i­men­ti in mare pre­visti in uno dei protocolli.

La sostan­za del trat­ta­to è molto sem­plice: in cam­bio di un ris­arci­men­to per i dan­ni del colo­nial­is­mo ital­iano in Lib­ia e di una serie di inves­ti­men­ti nel­lo Sta­to africano, il regime gheddafi­ano si sarebbe impeg­na­to a frenare i flus­si migra­tori ver­so l’Italia. In sostan­za insom­ma l’Italia finanzi­a­va il gov­er­no autori­tario e repres­si­vo di uno Sta­to non fir­matario né del­la Con­ven­zione di Ginevra sui Rifu­giati né del­la Con­ven­zione ONU con­tro la tor­tu­ra per­ché fer­masse l’immigrazione ver­so l’Italia. Il risul­ta­to, abbas­tan­za preved­i­bile, è sta­ta una vio­lazione dei dirit­ti umani fon­da­men­tali su larga scala con la creazione di cen­tri deten­tivi dove era­no all’ordine del giorno trat­ta­men­ti inu­mani e degradan­ti e un uso sis­tem­ati­co del­la tortura.

Nel 2017 il gov­er­no Gen­tiloni nel­la per­sona del suo Min­istro dell’Interno Min­ni­ti ha fat­to un altro ten­ta­ti­vo di accor­do, sta­vol­ta con il gov­er­no di Ser­raj, uno dei due prin­ci­pali attori in una Lib­ia dev­as­ta­ta dal­la guer­ra civile. Il Mem­o­ran­dum si com­pone di otto arti­coli, piut­tosto vaghi, in cui si riaf­fer­ma anche la volon­tà di fornire alla Lib­ia di Ser­raj il “sup­por­to tec­no­logi­co” nec­es­sario per il con­trol­lo dell’immigrazione e il con­sol­i­da­men­to dei con­fi­ni merid­ion­ali del­la Lib­ia, che attual­mente sono ben lon­tani dal con­trol­lo del gov­er­no libi­co di unità nazionale.

L’accordo è poi naufra­ga­to a causa del diniego del Par­la­men­to libi­co che sostiene Ser­raj, ma la log­i­ca sot­tostante è la stes­sa che ha por­ta­to il min­istro Min­ni­ti a dichiarare che i con­fi­ni dell’Europa sono a Sud del­la Lib­ia e che qua­si un decen­nio fa ave­va por­ta­to il gov­er­no ital­iano ad accor­dar­si con Gheddafi. L’obiettivo di fer­mare l’immigrazione ver­so l’Italia a tut­ti i costi sem­bra avere un val­ore mag­giore che garan­tire il rispet­to dei dirit­ti umani. L’Italia, e l’Europa con essa, preferisce insom­ma non affrontare le sfide che l’immigrazione le pone, pref­er­en­do far com­bat­tere le sue battaglie a qual­cun altro con le armi, piut­tosto che affrontar­le lei stes­sa con altri mezzi.

La volon­tà di aiutare a casa loro nasconde insom­ma inter­es­si ben diver­si, che si tra­ducono spes­so nel sosteg­no a regi­mi di dub­bia affid­abil­ità e con­tribuis­cono a peg­gio­rare la situ­azione e accen­tu­are i prob­le­mi già esisten­ti. Esiste tut­tavia qual­cuno che, gra­zie a queste politiche, fa guadag­ni notevoli: si trat­ta dell’industria bel­li­ca ital­iana, che dal 2013 ha avu­to un’impennata notev­ole per quan­to riguar­da gli inves­ti­men­ti africani. Nel 2015 l’Italia era il quin­to Sta­to al mon­do per export di arma­men­ti in Africa, con il 6% delle armi totali esportate nel con­ti­nente mar­cate Beretta, e da allo­ra la quo­ta non ha fat­to che aumentare.

È abbas­tan­za chiaro quin­di che aiutare a casa loro è una strate­gia che non solo non è utile per la risoluzione delle prin­ci­pali sfide, ma è addirit­tura dan­nosa per l’obiettivo stes­so che si vuole rag­giun­gere, andan­do a peg­gio­rare situ­azioni già esasper­ate da anni di scellerati inter­ven­ti occi­den­tali. Il pri­mo pas­so che si dovrebbe fare quan­do si avan­za pro­poste del genere è un’analisi pro­fon­da e una com­ple­ta assun­zione delle pro­prie respon­s­abil­ità e, forse, capirem­mo che, se pro­prio vogliamo aiutare, il modo migliore per far­lo è decisa­mente affrontan­do le sfide di “casa nostra”.

 

Foto di cop­er­ti­na © Aris Messi­nis. Per altri lavori del fotografo, riman­di­amo al suo pro­fi­lo Insta­gram.

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