Il numero chiuso è sintomo di una malattia del sistema scolastico: l’incapacità di pensare il cambiamento è la sua causa

Una vol­ta Niet­zsche ha scrit­to che era giustis­si­mo man­dare gli operai nelle uni­ver­sità, come pure le donne. Pun­to e accapo: poi che ne avrem­mo fatto?

Come dire che è inutile aprire le scuole se non si ripen­sa la scuo­la. Ebbene, quan­do il con­siglio di ate­neo dell’Università Statale di Milano dec­re­ta il numero chiu­so anche alle facoltà uman­is­tiche, si capisce che Niet­zsche ave­va vis­to lun­go. Ave­va capi­to che la soci­età borgh­ese non sape­va gestire né una scuo­la di mas­sa né donne real­mente libere, per­ché con­tin­u­a­va a pen­sare gli operai nelle fab­briche e le donne nelle case. Oggi il prob­le­ma è lo stes­so, con sin­to­mi più acu­ti: in mez­zo c’è sta­ta una riv­o­luzione che la scuo­la l’ha aper­ta davvero. Il risul­ta­to è che scriv­i­amo un epitaffio.

Dif­fi­cile dire cosa fos­se pri­ma; di cer­to, niente che pos­sa essere rimpianto. Più facile è dire cosa è oggi: un luo­go che istru­isce soltan­to sen­za accrescere o viv­i­fi­care, un luo­go dove la for­mazione sta sparen­do e la cul­tura pure. Rari casi si sal­vano ma sono feli­ci eccezioni. In gen­erale, se fino a qualche decen­nio fa un lau­re­ato si pen­sa­va fos­se per­sona di cul­tura, oggi si han­no ragionevol­mente più dub­bi. Il sapere è sem­pre più spe­cial­iz­za­to e gran­di esper­ti di una mate­ria sono dei totali igno­ran­ti sul resto che non com­pete loro. Nel prossi­mo futuro chi vor­rà cul­tura, dovrà fare ben altro che iscriver­si in un ateneo.

Non si pren­dano dati e sta­tis­tiche per val­utare lo sta­to di salute; non si tiri­no in mez­zo gli altri pae­si; ci si chie­da piut­tosto: il nos­tro sis­tema riesce a trasmet­tere cul­tura? Sem­pre meno. Per­ché quan­do scuole ed uni­ver­sità sono state aperte, la didat­ti­ca, le strut­ture e più in gen­erale il modo di pen­sare l’istruzione è rimas­to fer­mo. Cinquant’anni dopo il (vec­chio) sis­tema non regge lo stress dei gran­di numeri. Da qui la lim­i­tazione degli acces­si. La con­clu­sione deri­va dal­la pre­mes­sa, mai vera­mente scar­di­na­ta, che la scuo­la è priv­i­le­gio di pochi, in par­ti­co­lare ai liv­el­li più alti, per­ché ad essa sono col­le­gati lavoro e posizione sociale. La ver­sione 2.0 di questo pen­siero è la scuo­la-azien­da, che si rego­la sul­la doman­da e sull’offerta, la cui prin­ci­pale (se non uni­ca) pre­oc­cu­pazione è sfornare i lavo­ra­tori spe­cial­iz­za­ti del domani. Ragio­nan­do in questi ter­mi­ni, il numero chiu­so è un corol­lario. Tut­ti non pos­sono essere pro­fes­sori, ci ser­vono anche gli idrauli­ci, ci dicono!

In realtà si sfugge il pun­to. Abbi­amo dimen­ti­ca­to – meglio, non abbi­amo mai vera­mente com­pre­so – che quan­do si riuscì a man­dare all’università quei figli degli operai, non era per dar loro un lavoro migliore dei padri. Era assi­cu­rare loro gli stru­men­ti cul­tur­ali di cui i gen­i­tori era­no sta­ti pri­vati. Non si cer­ca­va tan­to un’ascesa sociale; si vol­e­va il dirit­to di accedere a quel­la cul­tura che – per mil­len­ni – era sta­to priv­i­le­gio di pochi. Sig­nifi­ca­va real­iz­zare nei fat­ti un’uguaglianza fon­da­ta su pos­si­bil­ità uguali per tut­ti. Ci si pre­oc­cu­pa­va, più che del pos­to di lavoro, dell’esigenza di for­mare una capac­ità crit­i­ca in tutte le per­sone. Ma a ques­ta grande con­quista non sono segui­te riforme di sis­tema. E benché oggi si par­li molto di riv­o­luzione, in realtà man­ca un pro­gram­ma organ­i­co e con­sapev­ole che vada in ques­ta direzione. Per­ciò dove le scuole non diven­tano aziende, si met­tono toppe pos­tic­ce che peg­gio­ra­no soltan­to il vestito.

La scuo­la è in crisi per­ché noi non abbi­amo mai metab­o­liz­za­to il cam­bi­a­men­to, per­ché alle riforme mate­ri­ali non sono mai segui­ti quelle nel­la men­tal­ità col­let­ti­va. È suc­ces­so lo stes­so per la con­dizione fem­minile e sta acca­den­do per le migrazioni. Finché molti penser­an­no che sul pos­to di lavoro le donne sono da meno dei loro col­leghi uomi­ni, ogni procla­ma tri­on­fante sul­la par­ità di genere non potrà essere pre­so sul serio. Finché molti penser­an­no che i migranti sono solo un peri­co­lo o degra­do, non ci sarà mai alcu­na accoglien­za. È indis­pens­abile pen­sare diver­sa­mente per sciogliere matasse inestri­ca­bili; purtrop­po, oggi, non rius­ci­amo pro­prio a con­cepire di tagliare il nodo. Per l’università, si dice: le cose non fun­zio­nano, quin­di meglio che molti stiano fuori per per­me­t­tere almeno a pochi di rice­vere un’istruzione decente. Non siamo molto lon­tani da quan­do agli atenei vi accede­va solo chi ave­va fat­to il liceo.

Il “cam­bi­a­men­to” è molto in voga ma nes­suno è artefice se non di una manovra gat­topardesca. Si con­tin­ua infat­ti a guardare fenomeni nuovi con cat­e­gorie obso­lete che impedis­cono di trovare delle soluzioni vere. Per­ché per risol­vere i prob­le­mi ne ripro­poni­amo di vec­chie. Così in rispos­ta alle migrazioni pro­poni­amo le fron­tiere (che ave­va­mo aboli­to); alla mas­sa nelle uni­ver­sità pro­poni­amo la sua esclu­sione; alla crisi eco­nom­i­ca, nos­tal­gie pro­tezion­is­tiche o velleità autarchiche (con ritrova­ta mon­e­ta); all’incapacità del­la polit­i­ca, una mor­bosa fasci­nazione per l’uomo forte.

L’unico cam­bi­a­men­to, nel lun­go peri­o­do, è l’inversione a u. Il ritorno sui pro­pri pas­si che chi­ude la par­ente­si fati­cosa­mente aper­ta, rile­gan­dola ad uno sputo del­la sto­ria. Nel­la nos­tra immag­i­nazione il futuro è distopi­co, cat­a­strofi­co, apoc­alit­ti­co mai diver­so. Il sen­ti­men­to di impoten­za e fragilità spinge o ver­so un totale nichilis­mo o ver­so fas­ci­nose non-soluzioni. Facili schema­tis­mi che non spie­gano niente sono accolti come ancore di una sper­an­za fiac­ca­ta. Non è la mera istruzione che ci aiuterà. Non è un buon pos­to di lavoro che risolverà questo stal­lo. Come pure una cul­tura dis­til­la­ta in goc­ce a pochi for­tu­nati. Soltan­to per com­pren­dere il prob­le­ma c’è bisog­no di un’educazione alla sen­si­bil­ità che oggi sem­bra un delirio oniri­co. Abbi­amo già per­so il sen­so di ciò che è sta­to con­quis­ta­to, che cosa garan­tisce quin­di che democrazia, dirit­ti e pace ci siano un domani? La rifor­ma del­la scuo­la ed il futuro pas­sano di qui.

Foto: sce­na del film L’attimo fuggente di Peter Weir, 1989.

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