Due brevi racconti di Elia Tuccori, studente di Filosofia all’Università di Pisa.

 

La sicurez­za ironica

Spes­so è più sicuro essere in catene che liberi”

 

I pie­di  e le gambe rigide come tronchi; uno stra­no vesti­to tin­to di rosso; gli occhi soc­chiusi; la boc­ca semi­a­per­ta. Questi furono gli indizi che, dolorosa­mente, fecero dedurre ai servi la morte del sign­or T.

Solo un dub­bio sus­sis­te­va, allorché si accorsero che il cor­po emet­te­va un tiepi­do calore; e così com­in­cia­rono a doman­dar­si per­ché quel calore con­tin­u­a­va ad esser­ci, là dove il fred­do glaciale, pre­rog­a­ti­va indis­pens­abile di qual­si­asi cor­po mor­to, dove­va prevalere in modo assoluto.

La sig­no­ra T, uden­do le strid­ule gri­da del­la servitù, si pre­cip­itò imme­di­ata­mente sul pos­to; non appe­na giunse ai pie­di del let­to, trasalì, par­toren­do una pesante lacrima. Nel frat­tem­po un biz­zarro indi­vid­uo sta­va scru­tan­do atten­ta­mente ogni par­ti­co­lare del­la sce­na; sedu­to di fronte ad una larga fines­tra prospiciente la triste dimo­ra, dipinge­va lenta­mente sul­la tela rit­ta davan­ti a lui. Tra una pen­nel­la­ta e l’altra, stac­can­do e riat­tac­can­do lo sguar­do più e più volte dal­la tela, sog­ghig­na­va van­i­tosa­mente, come se si apprestasse ad immor­ta­lare l’attimo infini­ta­mente per­fet­to del Giudizio Universale.

L’animo umano, il più delle volte, si dec­li­na in un sor­riso; altre volte, in un gesto; ma sem­pre tende a mascher­ar­si, cioè a dis­sim­u­la­re la sua più sel­vaggia natu­ra affinché nes­suno si accor­ga che esso è qual­cosa d’ineffabile, di intra­ducibile. Mis­ere con­ven­zioni sociali, che, al pos­to di esprimer ciò che uno è per quel che è, lo immo­bi­liz­zano in una sof­fo­cante gab­bia; e l’uomo si con­so­la, in tale pri­gione, cor­ren­do a cuore aper­to sull’eterna e sem­pre costante ruo­ta del­la vita, come un crice­to che è costret­to a rin­cor­rere la sua ombra sul­la pic­co­la ruo­ta di plastica.

Il sor­riso del pit­tore era cir­co­lare, scon­ta­to, preved­i­bile: noioso.

Il giorno seguente, l’annuncio di una mostra artis­ti­ca aper­ta a chi­unque possedesse un quadro infi­ammò la città.

Tra opere cubiste, scul­ture neo­clas­siche o gotiche, si inserì un pic­co­lo spazio in onore di col­oro che ave­vano cer­ca­to di dipin­gere alla maniera impres­sion­ista, ossia sen­za mod­el­li prece­den­ti ai quali riferir­si, e quin­di ripro­ducen­do esat­ta­mente ciò che osservavano.

Un uomo vesti­to di rosso si avvicinò ad uno di quei quadri; dopo uno sguar­do d’intesa  con il pit­tore, gli domandò cosa sig­nifi­cas­se quel dipinto.

Allo­ra, cosa mai vuol dire con questo quadro?”

Niente! L’arte impres­sion­ista non vuol dire asso­lu­ta­mente niente; essa ripro­duce sola­mente ciò che si vede, e in modo del tut­to spas­sion­a­to. Mi cre­da, sig­nore, è così.”

Bhe… Non cre­do pro­prio, o quan­tomeno non mi pare che questo quadro sia real­mente fedele ai canoni stilis­ti­ci che lei ha appe­na detto.”

Come sarebbe, scusi..”

Sarebbe che io sono quell’uomo ste­so sul let­to del suo quadro; lei cre­de­va fos­si mor­to, non è vero?”

Il pit­tore, incred­u­lo, si strop­ic­ciò gli occhi, con­vin­to si star sog­nan­do. Dopo poco, continuò.

Ma è impos­si­bile! Lei è mor­to: mor­to! Io l’ho visto..”

Sta­vo solo gio­can­do, caro ami­co. Fin­ge­vo di ess­er mor­to affinché lei dipingesse  questo quadro. Sa, è molto tem­po che mi sono accor­to del­la sua curiosità, e così ci tene­vo a dar­le del mate­ri­ale interessante.”

E ci è rius­ci­to! Però adesso non so più che farne; il quadro è ben rius­ci­to, sen­za dub­bio, ma non si può dire che sia un’opera impressionista.”

L’intenzione era impres­sion­ista, ma la natu­ra le ha gio­ca­to un brut­to tiro.”

Più che la natu­ra direi i miei deboli occhi, le mie sor­de orec­chie e il mio imbaraz­zante olfatto.”

Cer­to, è pro­prio così. Se lei avesse aguz­za­to la vista, avrebbe sicu­ra­mente nota­to le impercettibili emis­sioni di calore che pro­duce­vo; e il suo naso, oh il suo naso! Come ha fat­to a non sen­tire il mio dolce profumo?”

Forse per­ché ave­vo la fines­tra chiusa..”

Il sign­or T vol­e­va abbrac­cia­r­lo, ma pros­eguì il suo dis­cor­so, sor­ri­den­do di gusto.

Lei è davvero spir­i­toso. Ma mi dica: almeno si è reso con­to del suo sbaglio?”

Lo sbaglio è sta­to il credere che lei fos­se morto.”

Non pro­prio.. A mio parere ciò che più la indot­to a sbagliare è l’aver dip­in­to la mia veste di gri­gio. Non vede come sono vestito?”

Di Rosso.”

Ebbene, questo è l’abito che ho indos­sato anche ieri sera, pro­prio quan­do lei mi ha raf­fig­u­ra­to nel suo quadro.”

Non pos­so crederci.”

E invece è così! Lei era tal­mente pre­so dal dram­ma com­p­lessi­vo, le voci allar­man­ti, i visi seg­nati dalle lacrime, mia moglie dis­per­a­ta, che non è rius­ci­to a notare questo particolare.”

Ha pro­prio ragione.”

Il suo è uno sbaglio metafori­co; ed è nec­es­sario, al giorno d’oggi.

Uno sbaglio di questo genere è la capac­ità mas­si­ma che l’uomo possiede per ren­dere irreale il reale; ques­ta è una nevrosi, il più delle volte, ma spes­so pro­duce salute.

É l’arte raf­fi­na­ta del­la sicurez­za; e se ci pen­sa bene, non si dis­cos­ta molto dall’ironia. Fac­ciamo un altro esper­i­men­to. Vede quell’uomo là appog­gia­to al muro?”

Cer­to! ”

Ecco! Può vedere che con lo sguar­do attende qual­cosa: e le sue mani… non vedi che le sta stro­fi­nan­do una con­tro l’altra come fece Lady Mac­beth in pre­da al sen­so di colpa?”

Ebbene sì, lo vedo pro­prio così..”

Una bam­bi­na dai capel­li bion­di sta cor­ren­do ver­so di lui. Vedi?”

Vedo!”

Adesso rap­p­re­sen­ta tut­to ciò alla tua maniera. É una nor­male sce­na quo­tid­i­ana; l’uomo è vesti­to ele­gan­te­mente e la bam­bi­na sor­ride in modo naturale.”

La stes­sa notte un urlo dis­per­a­to attra­ver­sò la cit­tà; il sign­or T, alzan­dosi dal let­to, sen­tì l’eco di quell’urlo nel­lo spazio e nel tem­po. Il suo orolo­gio si arrestò; le pareti del­la sua cam­era si dis­torsero come un pol­lo stri­to­la­to; in un sec­on­do, svenne.

La mat­ti­na seguente una ter­ri­bile notizia si sveg­liò pri­ma di tut­ti: una bam­bi­na fu trova­ta stran­go­la­ta in un vico­lo oscuro.

Poco dopo il sign­or T si recò dal suo ami­co pit­tore; questi ave­va le orbite ocu­lari tinte di rosso; infat­ti non ave­va dor­mi­to nem­meno un’ora, per­ché vol­e­va ter­minare il quadro asseg­natogli dal sign­or T.

Il quadro rap­p­re­sen­ta­va un uomo gigan­tesco che baci­a­va un pic­co­lo scheletro dai lunghi capel­li biondi.

 

 

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L’invisibile stile

Il dram­ma è una vita dal­la quale sono sta­ti elim­i­nati i momen­ti noiosi”

 

Il sole, quel giorno, si era arrampi­ca­to più in alto che mai; e lassù, sopra ogni cosa, bru­ci­a­va case e cit­tà. Le strade bianche e deserte, benché sem­brassero comune­mente attra­ver­sate da mac­chine e uomi­ni, tra­su­da­vano sudore esti­vo, come se l’asfalto si struggesse per qual­si­asi movi­men­to. In via Descartes, a Pari­gi, nel­la casa numero 3, la fronte di un uomo goc­ci­ola­va come un rubi­net­to che, las­ci­a­to aper­to per molto tem­po, si stan­ca del­la sua lenta emis­sione d‘acqua acceleran­do improvvisa­mente il suo get­to; nel frat­tem­po uno scric­chi­o­lio di leg­na bru­ci­ate punge­va l‘orecchio del­lo stra­no sig­nore, costrin­gen­do­lo a dime­nar­si. Egli riposa­va su una sedia a don­do­lo, anch‘essa di leg­no, anch‘essa scric­chi­olante, come se il peso appar­ente­mente leg­gero di quell’individuo gravasse sulle gambe dell’oggetto leg­noso; con gli occhi chiusi, le brac­cia las­ci­ate libere di morire per­pen­di­co­lar­mente rispet­to al pavi­men­to, emet­te­va orri­bili singhiozzi, così sof­fer­en­ti, eppure così invis­i­bili, da far indurre chi­unque lo vedesse a chieder­si se essi proveni­vano dal­la boc­ca o da qualcos’altro.

In un momen­to striz­zò gli occhi. Un sem­plice ed ele­gante arreda­men­to orna­va la sua casa; alcu­ni bei quadri squisi­ta­mente impres­sion­isti; qualche anti­co uten­sile bel­li­co e, qua e là, fotografie di gio­vani donne accom­pa­g­na­vano visi­va­mente una roman­ti­ca melo­dia in sottofondo.

Nascos­to dietro con­sun­ti scaf­fali, un giradis­chi si cro­gi­ola­va par­toren­do Chopin. L‘uomo si chia­ma­va Jack Vil­lon; egli, per allun­gare il tem­po, ama­va far­si rac­con­tare sto­rie d’amore dai suoi più cari amici.

Quan­do qual­cuno bus­sa­va alla sua por­ta, Jack trasali­va all’improvviso, pro­nun­cian­do in modo assai con­ges­tion­a­to la breve for­mu­la di ben­venu­to; e allo­ra la por­ta si apri­va bruscamente.

Dopo i rapi­di salu­ti, Jack e l’ospite com­in­ci­a­vano a par­lare; dal momen­to che Jack non van­ta­va un’ottima capac­ità espos­i­ti­va, preferi­va ascoltare, e nel frat­tem­po osser­va­va silen­ziosa­mente ciò che l’altro dice­va; era una clas­si­ca sce­na di comu­ni­cazione per­du­ta, ma di infor­mazione ben imposta­ta, con un indi­vid­uo che costan­te­mente par­la e l’altro che dram­mati­ca­mente ascol­ta sen­za dir parola.

Gli argo­men­ti che veni­vano quo­tid­i­ana­mente affrontati riguar­da­vano la bel­lis­si­ma Lisa, una gio­vane don­na di nobili orig­i­ni pro­tag­o­nista prin­ci­pale del­la dis­so­lu­ta vita parig­i­na; nel momen­to in cui il suo nome si inter­pola­va nel­la mente di Jack, ecco che pres­so il suo volto un’aurora di dol­ci sper­anze  si stagli­a­va con­tro quei mus­coli tesi, quei nervi tirati come corde che, con­sci­a­mente o incon­sci­a­mente, si nota­vano ai lati degli occhi e nei din­torni del­la bocca.

È stra­or­di­nario il potere dell’espressione, quan­do, al pos­to di pro­nun­ciar paro­la, si tace, con­fer­en­dole uno pro­prio stile, ossia un luo­go dove può dimorare o agire; e questo è il volto, con tutte le sue screzi­ate sfu­ma­ture inqui­etan­ti, il suo col­ori­to gio­vanile, la sua impres­sio­n­ante e austera impronta da grand’uomo. Ter­mi­nate le bre­vi con­ver­sazioni, tut­to si rista­bili­va; il silen­zio, ami­co inno­cente del­la soli­tu­dine, anda­va a seder­si lì, accan­to a Jack, nuo­va­mente sdra­ia­to e pensoso.

Ed è pro­prio in quei momen­ti che i prece­den­ti rac­con­ti su Lisa pren­de­vano for­ma, stac­can­dosi leg­ger­mente dal­la coscien­za di Jack, per poi andare a ricom­por­si più in là; mag­a­ri all’interno di un moti­vo musi­cale, oppure avvilup­pan­dosi ad un sapore delizioso, ma sem­pre indipen­den­ti da questi, come se osten­tassero nei loro riguar­di un vig­ore più puro, un nuo­vo sta­to vitale incom­pa­ra­bil­mente più per­fet­to rispet­to a quel­lo dei prodot­ti sen­so­ri­ali. Per questo ama­va la musi­ca; in pri­mo luo­go per il suo ordine geo­met­ri­co e architet­ton­i­co, e in sec­on­do luo­go per­ché, gra­zie ad essa, rius­ci­va a vedere anche ad occhi chiusi.

Tut­to ciò che Jack sen­ti­va, man­ca­va di qual­cosa; di un ulti­mo accen­to, forse, oppure di una con­clu­sione che con­ferisse ver­ità a qual­si­asi sen­sazione. A volte, durante le not­ti più noiose, Jack, sdra­ia­to sul­la sua sedia di leg­no, si diverti­va nel cogliere qual­si­asi odore o rumore che rius­cisse a mostrar­gli Lisa; e sebbene non possedesse anco­ra abbas­tan­za espe­rien­za per asso­cia­re ad ogni sti­mo­lo ner­voso la sua cor­rispon­dente immag­ine, si ral­le­gra­va del dis­or­dine men­tale che lo abitava.

Una sera, l’orologio pos­to in alto di fronte alla sedia dove Jack riposa­va, seg­na­va mez­zan­otte e mez­zo; il buio del­la stan­za, che posa­va come un gio­vane attore, fu inter­rot­to brus­ca­mente da un barbaglio lumi­noso, il quale si allun­ga­va sot­to la sot­tile fes­sura del­la por­ta di ingres­so; gli occhi di Jack era­no chiusi, e i suoi nervi strana­mente rilassati.

Dal lieve sor­riso cre­ato dalle sue lab­bra si sarebbe det­to che stesse sog­nan­do. La por­ta si aprì e si chiuse così rap­i­da­mente da non far incro­cia­re il nero del­la stan­za con il gial­lo del cor­ri­doio nem­meno per un attimo.

Un biz­zarro pro­fu­mo fem­minile  attra­ver­sò ogni cen­timetro di quel­la cam­era, fino a che, inavver­ti­ta­mente, andò a sfio­rare le nar­i­ci ultra sen­si­bili di Jack; questi trasalii, essendo con­vin­to di aver ritrova­to Lisa tra le stanze più magiche del suo io; nuda, indife­sa, e allo stes­so tem­po ammali­atrice, las­ci­va. Subito la don­na scom­parve, chi­u­den­do la por­ta in modo lieve.

L’orologio seg­na­va la stes­sa ora di pri­ma: mez­zan­otte e mez­zo. Al risveg­lio di Jack, il sole splen­de­va e il cielo era di un azzur­ro uniforme.

 

Foto: ‘Ninfee Bianche’ di Claude Monet, olio su tela, 1899, Museo Puškin di Mosca.

 

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