Il 2016, l’anno del­la “post-ver­ità”, ci las­cia una tes­ti­mo­ni­an­za rumor­osa, sot­to for­ma di spi­rale gen­er­a­ta sui social net­work da rig­ur­gi­ti, offese, bufale e fal­sità: di ciò si è par­la­to abbon­dan­te­mente. Ma ci las­cia anche un altro tipo di rumore, che fa ancor più inor­ridire, ovvero l’ipocrisia del­la cam­pagna comu­nica­ti­va por­ta­ta avan­ti dalle élite (un tem­po) al potere, da una parte, e dai media gen­er­al­isti, dall’altra, nel ren­dere quel­la stes­sa spi­rale un capro espi­a­to­rio. Sia i “pro­gres­sisti” che i “con­ser­va­tori” che orbi­tano attorno al mod­er­atismo di destra o di sin­is­tra, facen­do fronte comune (d’altronde, negli ulti­mi trent’anni si sono ben abit­uati), si sono scagliati con tut­ta la loro forza con­tro ques­ta deri­va che – loro dicono – è nuo­va e inedi­ta. La chi­ave inter­pre­ta­ti­va di lib­er­ali e blairisti è pres­soché uni­vo­ca e suona più o meno così: i cit­ta­di­ni sono ormai inca­paci di dis­tinguere ciò che è vero da ciò che è fal­so per col­pa dei mes­chi­ni pro­dut­tori di false notizie, che lavo­ra­no al sol­do dei “pop­ulisti”. Da destra a sin­is­tra, il mantra è sem­pre il medes­i­mo: l’ascesa dei par­ti­ti anti-sis­tema è causa­ta dal­la dis­in­for­mazione e dall’analfabetismo fun­zionale (o, più vol­gar­mente, da un’ignoranza cron­i­ca), che facil­i­tano al demone delle bufale la cor­ruzione degli incon­sapevoli elet­tori, spin­gen­doli al razz­is­mo, al fas­cis­mo etc. Ques­ta è la ver­sione main­stream del con­cet­to di post-ver­ità, etichet­ta­to come fenom­e­no uni­lat­erale, un “mostro” che spun­ta dal nul­la (o meglio dai “lati oscuri del­la rete”) e nid­i­fi­ca nei cervel­li dei poveri cit­ta­di­ni frus­trati (quel­li che non leg­gono nem­meno un libro all’anno). Tale ver­sione del­la sto­ria è, a mio parere, parziale e in molti casi ipocrita.

 

Sebbene il 2016 abbia affida­to a questo fenom­e­no sia un nome che desta­bi­liz­zan­ti effet­ti politi­ci, le radi­ci del­la post-ver­ità non trag­gono la loro pri­ma lin­fa nei giorni del­la Brex­it, men che meno nell’ultimo ven­ten­nio. Se emet­tere un cer­ti­fi­ca­to di nasci­ta è arduo, pos­si­amo tut­tavia cir­co­scri­vere il sorg­ere del modus operan­di politi­co del “mes­sag­gio-sovras­ta-con­tenu­to” negli anni dell’esplosione del­la tele­vi­sione come elet­trodomes­ti­co di mas­sa. Mar­shall McLuhan nel 1962, con “La galas­sia Gutem­berg” teoriz­za­va un legame causale tra il mez­zo attra­ver­so cui si comu­ni­ca­va e il mes­sag­gio da comu­ni­care: in prat­i­ca, ciò che si vor­rebbe trasmet­tere è dis­tor­to dal come lo si trasmette. Guy Debord ne “La soci­età del­lo spet­ta­co­lo”, 1967, affer­ma­va: “Il tem­po spet­ta­co­lare è il tem­po del­la realtà che si trasfor­ma, vis­su­to illu­so­ri­a­mente”. Reg­is Debray nel ‘93 illus­tra­va come nel gio­co del­la polit­i­ca l’annun­cio delle riforme avesse sos­ti­tu­ito il fare le riforme: dal pun­to di vista elet­torale era sem­pre più impor­tante avere buoni addet­ti alla comu­ni­cazione piut­tosto che min­istri capaci. Nel 1995 Jean Bau­drillard sen­ten­zi­a­va il “delit­to per­fet­to” oper­a­to dal­la tele­vi­sione, che si era sovrap­pos­ta al nos­tro modo di vedere il mon­do. Sag­gi, filosofie, pen­sieri diver­si, ma un ben evi­dente filo con­dut­tore: il “saper apparire” sul­lo scher­mo diven­ta un’arma sem­pre più deci­si­va per i sogget­ti politi­ci, richieden­do un ingente sfor­zo eco­nom­i­co che per­verte la dinam­i­ca demo­c­ra­t­i­ca. La sos­ti­tuzione del­la ver­ità da parte di siti truf­fa tro­va non pochi par­al­lelis­mi con la sos­ti­tuzione, lun­go la sec­on­da metà del XX sec­o­lo, dei “man­i­festi pro­gram­mati­ci” di par­ti­to con gli slo­gan con­fezionati per il pub­bli­co dei talk show. Inoltre, anche gli ante­nati del­la post-ver­ità han­no influen­za­to in maniera inci­si­va la sto­ria: il pri­mo dibat­ti­to tele­vi­si­vo tra Kennedy e Nixon non por­ta­va in grem­bo una for­ma ances­trale di manipo­lazione del­la ver­ità, nel modo in cui il can­dida­to demo­c­ra­ti­co prevalse davan­ti all’opinione pub­bli­ca gra­zie alla telegenic­ità e non alla pro­pria capac­ità argo­men­ta­ti­va? Come sarebbe defini­bile l’intervento statu­nitense in Iraq nel 2003, se non come una titan­i­ca oper­azione mil­itare di post-ver­ità, basa­ta su doc­u­men­ti oggi cer­ti­fi­cati come insuf­fi­ci­en­ti e faziosi? [1]

Pos­si­amo dire che l’odierno con­cet­to di “post-ver­ità” nasce dal­la democ­ra­tiz­zazione dei mezzi di pro­duzione del­la men­zogna, avvenu­ta in segui­to allo svilup­po tec­no­logi­co dei mezzi di comu­ni­cazione: ris­er­vati, nell’epoca del telescher­mo, sola­mente a col­oro che possede­vano il cap­i­tale economico/culturale nec­es­sario, oggi essi sono disponi­bili a chi­unque abbia voglia di spendere un’ora a creare un blog su Word­Press. L’ipocrisia dei par­ti­ti lib­er­al-pro­gres­sisti sta nel denun­cia­re la prat­i­ca del­la bugia e del maschera­men­to, che ha cos­ti­tu­ito una delle loro armi predilette per tut­ta la sec­on­da metà del XX sec­o­lo, solo per­ché ne han­no per­so l’uso esclu­si­vo. Ma la fal­la­cia log­i­ca più grande sta nel­la loro implici­ta­mente procla­ma­ta “castità”: negli inter­ven­ti pub­bli­ci degli espo­nen­ti politi­ci orbi­tan­ti intorno al cen­tris­mo (nel dis­cor­so di addio di Ren­zi [2] c’è un esem­pio piut­tosto esplica­ti­vo: “…ora per me è il tem­po di rimet­ter­si in cam­mi­no, ma vi chiedo nell’era del­la post-ver­ità, nell’era in cui in tan­ti nascon­dono quel­la che è la realtà dei fat­ti, di essere fedeli e deg­ni inter­preti del­la mis­sione impor­tante che voi avete e per la vos­tra laica vocazione”) sem­bra che le tec­niche bufalare siano in mano sola­mente a quel manipo­lo di “movi­men­ti anti­sis­tema” che nel giro di un anno ha spaz­za­to via le certezze dei par­ti­ti fino ad allo­ra dom­i­nan­ti. Questo è un pun­to di vista che viene confu­ta­to in sem­pre mag­giori occa­sioni: l’articolo di VICE sulle sospette orde di pagine con­ver­tite al “Sì” [3] durante la cam­pagna per il ref­er­en­dum cos­ti­tuzionale o l’indagine di Buz­zfeed sulle bufale nelle elezioni statu­niten­si [4], pre­sen­ti sia nelle pagine pro-demo­c­ra­tiche che in quelle pro-repub­bli­cane, mostra­no come la post-ver­ità sia ben lon­tana dall’essere una pre­rog­a­ti­va uni­ca dei “pop­ulisti”. I media gen­er­al­isti, spronati dal­la ser­ra­ta cor­sa all’informazione H24, non sono esen­ti da errori (Repub­bli­ca e il Cor­riere han­no scam­bi­a­to un arti­co­lo satiri­co su Trump per una reale inter­vista [5]); anche la situ­azione car­tacea non è per­fet­ta­mente salu­bre, come dimostra la pri­ma pag­i­na del 02/12/16 di Repub­bli­ca, che cel­e­bra­va un fenom­e­nale quan­to inesistente “boom” di voti per il Sì da parte dei cit­ta­di­ni all’estero [6].

Dati prove­ni­en­ti dall’indagine di Buz­zfeed del 20/10/16

La post-ver­ità per­vade ogni schiera­men­to, ali­men­tan­do par­ti­gianer­ie di ogni col­ore: non è un’anomalia del sis­tema da scartare, ma un’evoluzione dei dis­pos­i­tivi con cui si fa polit­i­ca. Non è una crisi tem­po­ranea, ma un nuo­vo quadro con­cettuale entro il quale si dovran­no muo­vere tut­ti gli attori politi­ci, com­pre­si quel­li che alla post-ver­ità dan­no la col­pa per i loro fal­li­men­ti politi­ci. La post-ver­ità è la nuo­va for­ma del dog­ma machi­avel­liano “gov­ernare è far credere”.

 

Se il gio­co del­la post-ver­ità non è l’”arma seg­re­ta” dei vari “fron­ti nazion­ali” europei, per­ché, dunque, i tradizion­ali par­ti­ti politi­ci stan­no viven­do una così grande crisi? La ragione è sola­mente da cer­care nell’invecchiamento del sis­tema rap­p­re­sen­ta­ti­vo, o forse nei sis­te­mi par­titi­ci inca­paci di porre una diga alla “liq­ue­fazione” del­la soci­età? A mio parere, quan­do i tradizion­ali par­ti­ti dan­no la col­pa alla “post-ver­ità”, all’inciviltà, alla xeno­fo­bia, ai nazion­al­is­mi, stan­no guardan­do, in buona fede o meno, il dito e non la luna. Tali fenomeni, che la sto­ria rin­fac­cia sem­pre a chi è sicuro di aver­li archiviati, sono sin­to­mi, e non prob­le­mi in sé, del fal­li­men­to di qual­cosa di molto più pro­fon­do: il sis­tema di cap­i­tal­is­mo finanziario che, col­pi­to dura­mente dal­la crisi del 2008, in questi ulti­mi dieci anni è sta­to sot­to­pos­to a una rian­i­mazione inten­si­va che sem­bra lon­tana dall’essere sta­ta profi­cua. Gli anni dell’”austerity” han­no sot­to­pos­to sem­pre più democra­zie a un con­trol­lo tec­no­crati­co diret­to (EU, Ban­ca Mon­di­ale) o indi­ret­to (mer­ca­to glob­ale) che ne ha srad­i­ca­to forme di sta­to sociale restituen­do, in cam­bio, il defin­i­ti­vo col­las­so del ceto medio. Persi­no negli Sta­ti Uni­ti, uni­co paese a pot­er­si per­me­t­tere di creare deb­ito a piaci­men­to, le clas­si operaie han­no subito un dump­ing sociale, ovvero una riduzione del red­di­to e delle tutele, a causa del­la con­cor­ren­za glob­al­iz­za­ta. Dove la dis­oc­cu­pazione non cala o stagna, i nuovi con­trat­ti sono all’insegna di una “flessibil­ità” che rende il lavoro pre­cario per definizione. Intan­to, la tec­nolo­gia erode ulte­ri­ori posti di lavoro. Come han­no rispos­to destre e, soprat­tut­to, sin­istre (la famosa “terza via” e la riv­o­luzione thatch­eri­ana del “New Labour” [7] ) a tali epocali prob­le­mi? Sem­plice, pre­men­do l’acceleratore su politiche di pri­va­tiz­zazione, con­cor­ren­za, con­trat­ti-lam­po, dere­go­la­men­tazione dei mer­cati finanziari e con­teni­men­to del­la spe­sa pub­bli­ca: inutile dire che queste sono le fon­da­men­ta del sis­tema che nel 2008 è crol­la­to sgre­tolan­do borse ed economie.

Quel­la sopras­tante è un’imbarazzante sem­pli­fi­cazione, ma lo sono anche le lev­ate di scu­di dei par­ti­ti lib­er­al-demo­c­ra­ti­ci che oggi accu­sano la post-ver­ità e i pop­ulis­mi, men­tre dovreb­bero recitare il mea cul­pa per essere sta­ti i costrut­tori di un sis­tema che oggi sta rial­largan­do le dis­eguaglianze sociali e rega­lan­do il con­trol­lo dell’economia mon­di­ale a uno sta­to ben poco lib­erale e che ha tas­si di schi­av­itù stel­lari, ovvero la Cina. Per com­pren­dere la deri­va pop­ulista non si può pre­scindere dal­la pro­le­ta­riz­zazione costante delle masse a fronte del­la retro­ces­sione di con­quiste nel wel­fare un tem­po scon­tate. Per com­pren­dere la deri­va pop­ulista non si può pre­scindere dall’inazione, dall’inettitudine, dal­la tes­tardag­gine dei respon­s­abili di un sis­tema che con­tin­ua a mostrare crepe.

 

Ecco cos’è la post-ver­ità nel quadro con­tem­po­ra­neo: l’incontro di masse oppresse da un sis­tema eco­nom­i­co che trascende il con­trol­lo demo­c­ra­ti­co con tec­nolo­gie che democ­ra­tiz­zano la pos­si­bil­ità di creare canali alter­na­tivi (anche se spes­so men­zogneri) di infor­mazione. Masse che, al con­trario di ciò che pen­sano i dis­prez­zan­ti par­ti­ti tradizion­ali, spes­so san­no benis­si­mo cosa stan­no andan­do a votare, per­ché spinte da un’esasperazione che ha radi­ci eco­nomiche e non com­plot­tis­tiche (che pur esisten­ti, è da dimostrare siano mag­gior­i­tarie). La situ­azione ha del para­dos­sale, come osser­va­va Žižek poco tem­po fa [8]: oggi sono le destre imper­son­ate da mil­ionari o ex(?)fascisti a pro­porre mis­ure di inves­ti­men­to statale, tutela del lavoro dall’attacco del­la glob­al­iz­zazione e ricette key­ne­siane. Oggi la neces­sità del ceto medio impov­er­i­to di trovare una nar­razione che ritorni a dare una prospet­ti­va che si ele­vi dagli imper­a­tivi del­la tec­nocrazia, del mer­ca­to, dell’austerità, viene uni­ca­mente incanala­ta dai siti di bufale che offrono capri espi­a­tori, soluzioni estreme, vit­timis­mo, pul­sioni tradizion­al­iste e micro­fas­ciste. Non si risolve la crisi di legit­ti­mazione dei mezzi di infor­mazione se non si risolve la crisi di legit­ti­mazione delle entità politiche che sono spal­leg­giate da tali mezzi. Se la sin­is­tra vuole tornare a gio­care un ruo­lo e inver­tire la perdi­ta di legit­ti­mazione den­tro i par­ti­ti tradizion­ali, ma soprat­tut­to nelle gov­er­nance sovra- e inter-nazion­ali, offra un oriz­zonte altret­tan­to vali­do e con­vin­cente; met­ta in sec­on­do piano la melo­dram­mat­i­ca “battaglia sui dirit­ti”, che è impor­tante ma per fin trop­po tem­po ha oscu­ra­to gli occhi dei pro­gres­sisti; per dirla con Gilles Deleuze, deve “inver­tire la ten­den­za che proi­et­ta all’orizzonte la nos­tra indi­vid­u­al­ità e portare invece l’orizzonte nel­la nos­tra indi­vid­u­al­ità”. In poche parole: offra un’utopia [9].
Per com­bat­tere la post-ver­ità dei siti di bufale, è nec­es­saria un’inversione seman­ti­ca: dal­la post-ver­ità come ver­ità che giunge ger­ar­chi­ca­mente dopo in quan­to non impor­tante, alla post-ver­ità come ver­ità-in-poten­za, ovvero promes­sa atta a ren­dere in futuro, nel “post”, una ver­ità qual­cosa che non lo è anco­ra. In altre parole, una con­ver­sione in chi­ave illu­min­ista dell’illu­sione: quel­la che i pred­i­ca­tori del­la “fine del­la sto­ria” ave­vano pen­sato di ved­er soc­combere con il crol­lo del muro di Berlino.

Foto: murale di Min­dau­gas Bonanu in Lituania.

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