La lettura come lieto fine della banalità della vita quotidiana

La tua casa, essendo il luo­go in cui tu leg­gi, può dirci qual è il pos­to che i lib­ri han­no nel­la tua vita, se sono una dife­sa che tu met­ti avan­ti per ten­er lon­tano il mon­do di fuori, un sog­no in cui spro­fon­di come in una dro­ga, oppure se sono dei pon­ti che get­ti ver­so il fuori, ver­so il mon­do che t’interessa.”

Qualche giorno fa sono cap­i­ta­ta per caso in una libre­ria, nascos­ta in un vico­let­to, che mi azzar­do qui a definire ammaliante. Sta­vo guardan­do la vet­ri­na cer­can­do di sbir­cia­re, delusa per il cartelli­no con scrit­to ‘chiu­so’ che mi impe­di­va di entrare a dare un’occhiata, quan­do lo stes­so cartelli­no è sta­to volta­to ver­so il lato con la paro­la ‘aper­to’ da una mano mis­te­riosa dall’interno del negozio, con­sen­ten­do­mi l’accesso al sem­pre incan­ta­to uni­ver­so dei lib­ri. Un po’ per caso come mi sono trova­ta a pas­sare un magi­co quar­to d’ora tra scaf­fali stra­col­mi, in com­pag­nia dell’odore dei lib­ri usati e ingial­li­ti, così per caso il Let­tore pro­tag­o­nista di Se una notte d’inverno un viag­gia­tore inizia a leg­gere questo stes­so nuo­vo libro di Ita­lo Calvi­no. Se sem­bra­no essere pro­prio la casu­al­ità e l’irrazionalità a dom­inare l’intreccio di quest’opera, una rif­les­sione più atten­ta mostra che l’autore, con i dieci incip­it di rac­con­ti non fini­ti, non vuole trasmet­ter­ci l’idea dell’assenza di vie d’uscita dal­la banal­ità dell’esperienza quo­tid­i­ana, ben­sì che è l’atto stes­so del­la let­tura a cos­ti­tuire un appiglio rasser­enante dal­la piat­tez­za di quel­la che, nel mio caso, era l’ora del­la pausa pran­zo, ma che in sen­so più gen­erale è la medi­oc­rità del­la nos­tra routine.

Roman­zo anti-roman­zo per eccel­len­za, che si spinge oltre i carat­teri già inno­v­a­tivi del Nove­cen­to, quali ad esem­pio sper­i­men­tal­is­mo e meta-let­taratu­ra, ogni qual­si­asi ten­ta­ti­vo di rias­sun­to dell’opera com­porterebbe una cadu­ta rovi­nosa nel­la banal­ità: non pos­so che invitare il let­tore a recar­si nel negozio più vici­no per acquistare il libro affinché pos­sa toc­care con mano il genio di Calvi­no, mae­stro in labir­in­ti ed illu­sioni al pari di Borges.

L’idea di tem­po­ral­ità e di sequen­za razionale è qui mes­sa com­ple­ta­mente in dis­cus­sione. Il Let­tore, pro­tag­o­nista dell’opera, si rende con­to dell’errore di stam­pa del libro che sta leggen­do, che è pro­prio Se una notte d’inverno un viag­gia­tore, l’ultimo roman­zo del nos­tro Calvi­no, e si reca in libre­ria per com­prarne una copia cor­ret­ta, ma ques­ta a sua vol­ta risul­ta riman­dare a un rac­con­to diver­so, dan­do così inizio ad una cate­na di equiv­o­ci causati da dieci rac­con­ti iniziati e non fini­ti di cui ci è dato di conoscere solo l’incipit, rac­con­ti che van­no a toc­care ogni sfera del­la realtà umana, in quan­to apparte­nen­ti a generi diver­si. Se pos­si­amo dire che i meta-lib­ri non sono con­clusi, lo è invece il roman­zo nel com­p­lesso di Calvi­no, che si con­clude (forse ironi­ca­mente) nel modo più tradizionale pos­si­bile, modo che non sta ora a me rac­con­tare per non rov­inare la sor­pre­sa a nes­sun let­tore futuro.

Pro­tag­o­nista del­la sequen­za spez­za­ta del­la tem­po­ral­ità e del rac­con­to non è sem­plice­mente il Let­tore, ben­sì il rap­por­to di quest’ultimo con la let­tura stes­sa. Il pro­tag­o­nista si fa infat­ti sosten­i­tore dell’idea di un con­fine tra l’atto di leg­gere e di scri­vere, tra l’universo del sem­plice acquis­to del libro e tut­to ciò che sta invece dietro alla sua pro­duzione, con­fine che Lud­mil­la, la Let­trice, l’altra pro­tag­o­nista del roman­zo, intende invece attra­ver­sare recan­dosi negli uffi­ci dei vari edi­tori e diret­tori di librerie al fine di rag­giun­gere il suo obi­et­ti­vo: con­clud­ere il libro che ave­va inizia­to, obi­et­ti­vo che solo il let­tore del libro di Calvi­no saprà se è sta­to rag­giun­to o no. È pro­prio tale con­fine che il Let­tore si rifi­u­ta invece di var­care, pref­er­en­do seguire i con­sigli che l’autore stes­so dà all’inizio del roman­zo: “Rilas­sati. Rac­cogli­ti. Allon­tana da te ogni altro pen­siero. Las­cia che il mon­do che ti cir­con­da sfu­mi nell’indistinto. La por­ta è meglio chi­ud­er­la; di là c’è sem­pre la tele­vi­sione acce­sa. […] Pren­di la posizione più como­da: sedu­to, sdra­ia­to, rag­gomi­to­la­to, cor­i­ca­to. Cor­i­ca­to sul­la schiena, su un fian­co, sul­la pan­cia. In poltrona, sul divano, sul­la sedia a don­do­lo, sul­la sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul let­to, nat­u­ral­mente, o den­tro il let­to. Puoi anche met­ter­ti a tes­ta in giù, in posizione yoga. Col libro capo­volto, si capisce.” L’atto del­la let­tura è rias­sun­to da Calvi­no in mez­za pagina.

Per­ché niente riesce a finire da nes­suna parte?” affer­ma esten­u­a­to il Let­tore, anco­ra incon­sapev­ole del fat­to che è piut­tosto la let­tura l’unica a con­clud­ere, a dif­feren­za del­la realtà informe in cui egli si tro­va invece intrappolato.
È la let­tura che ci offre un pun­to di appog­gio quan­do tut­to intorno a noi è instabile.
È la let­tura che ci con­sente di isolarci.
È la let­tura che ci per­me­tte di fer­mar­ci e di fare il punto.
È la let­tura che ci aiu­ta a ridefinire e model­lare inin­ter­rot­ta­mente il nos­tro Io quan­do le incertezze del­la quo­tid­i­an­ità ci angosciano.
È questo stes­so atto che l’autore ci pro­pone come via di usci­ta dall’irrazionalità che invade l’esistenza o nem­meno questo può riscattar­ci, des­ti­nan­do­ci ad una pri­gio­nia angos­ciante? Sebbene una pri­ma con­sid­er­azione ci fac­cia propen­dere ver­so la sec­on­da soluzione, vis­to che sem­bra­no essere i rac­con­ti spez­za­ti stes­si gli ampli­fi­ca­tori dell’ipocrisia del­la realtà quo­tid­i­ana, ciò che cre­do che l’autore voglia dirci è piut­tosto che la let­tura oggi può sal­var­ci, spin­gen­do­ci sem­pre ad andare oltre e a con­vin­cer­ci che nes­sun libro è avul­so dall’intero uni­ver­so dei lib­ri: è l’atto stes­so del­la let­tura ad assi­cu­rare infat­ti il lieto fine del nos­tro roman­zo, e forse anche del­la nos­tra esistenza.

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