L’étranger” di Albert Camus e la distanza dall’uomo moderno

In un uni­ver­so subita­mente spoglia­to di illu­sioni e di luci l’uomo si sente un estra­neo. Per­sua­so dell’origine esclu­si­va­mente umana di tut­to ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sem­pre in cammino.”

Je voulais dire seule­ment que le héros du livre est con­damné parce qu’il ne joue pas le jeu. Il refuse de men­tir.” così par­la lo stes­so Albert Camus rias­sumen­do una delle sue più cele­bri opere, L’étranger: tito­lo che accoglie in sé tante con­trad­dizioni quante sono le pos­si­bil­ità aperte, entro il quale è pos­si­bile indi­vid­uare il trat­to fon­da­men­tale de sa pen­sée: la filosofia dell’assurdo, o absur­dité camusi­enne. Non par­liamo di attual­ità, ma del modo in cui il filoso­fo coglie ed esplici­ta gli aspet­ti più inti­mi, e prin­ci­pal­mente incon­sci, che carat­ter­iz­zano la natu­ra umana, aspet­ti che ognuno di noi leggen­do queste pagine ten­ta inutil­mente di negare o di disconoscere.

Al cen­tro dell’opera si col­lo­ca l’omicidio che il nos­tro anti-héros (ou devri­ons-nous par­ler d’héros?), mon­sieur Meur­sault, com­mette nei con­fron­ti di un arabo con cui un suo ami­co ave­va prece­den­te­mente avu­to uno screzio. Il nos­tro pro­tag­o­nista affer­ma di aver ucciso l’uomo à cause du soleil, a causa del­la calu­ra esti­va del­la spi­ag­gia alge­ri­na: quat­tro spari che scan­dis­cono in maniera inesora­bile lo svol­gi­men­to del rac­con­to. L’altro nodo fon­da­men­tale è rap­p­re­sen­ta­to dal­la morte del­la madre del pro­tag­o­nista che è annun­ci­a­ta da un fred­do telegram­ma nelle prime pagine dell’opera: pro­prio il com­por­ta­men­to di Meur­sault in tale occa­sione deter­min­erà in maniera deci­si­va il suo des­ti­no. L’interesse dell’autore è quel­lo di evi­den­ziare aspet­ti par­ti­co­lari del­lo svol­gi­men­to, riscon­tra­bili già nel­lo stes­so cog­nome del pro­tag­o­nista (Mer, Mère, Sol, Meurtre: mare, madre, sole, omi­cidio) al fine di delin­eare un ritrat­to effi­cace di un per­son­ag­gio che si riv­ela tra i più inter­es­san­ti del­la let­ter­atu­ra novecentesca.

Molti inter­preti han­no volu­to vedere in Meur­sault l’homme mod­erne, l’uomo del­la soci­età del ven­tunes­i­mo sec­o­lo con le sue infi­nite con­trad­dizioni. Ma Meur­sault ha una per­son­al­ità ben defini­ta, che si cela sot­to la pas­si­va indif­feren­za del suo “cela m’était égal” di fronte alla morte del­la madre, alle pro­poste di mat­ri­mo­nio del­la fidan­za­ta Marie e all’uccisione dell’arabo. Tale pas­siv­ità non è cer­ta­mente parag­o­nabile a quel­la carat­ter­iz­zante l’uomo del­la civiltà attuale, dovu­ta non a un rifi­u­to di adeguar­si alle con­ven­zioni presta­bilite del­la soci­età, ben­sì a sem­plice pigrizia e non­cu­ran­za ver­so ciò che accade intorno a lui. Quel­lo che si nasconde in Meur­sault è un con­flit­to che esplode ver­so l’esterno sola­mente nelle ultime pagine dell’opera, al momen­to del con­fron­to in pri­gione col prete venu­to per la con­fes­sione, con­flit­to prece­den­te­mente mascher­a­to dall’idilliaca armo­nia con la natu­ra tan­to evi­den­zi­a­ta da Camus. L’indifferenza dei nos­tri giorni si nasconde dietro ad un fin­to buon­is­mo e ad un’assoluta ipocrisia a cui Meur­sault rifi­u­ta invece di sot­tomet­ter­si, ipocrisia rap­p­re­sen­ta­ta nell’opera dal­lo stes­so tri­bunale (o, più in gen­erale, dal­la stes­sa soci­età) che con­dan­nerà il pro­tag­o­nista alla pena capitale.
Meur­sault è oltre le apparen­ze che le cir­costanze vor­reb­bero impor­gli. Non è sem­plice anti­con­formis­mo. Non si trat­ta di stare dal­la parte di chi piange sui social net­work i mor­ti di un atten­ta­to postan­do foto di una bandiera o da quel­la di chi crit­i­ca in modo sprez­zante tale atteggia­men­to. Sebbene credano di stare dal­la parte dell’anticonformismo, gli stes­si crit­i­ci dei buon­isti rien­tra­no anch’essi nel con­formis­mo. Meur­sault è al di là di tale dis­tinzione: ecco cosa sig­nifi­ca quan­do lo stes­so Camus affer­ma che il pro­tag­o­nista rifi­u­ta di jouer le jeu, rifi­u­ta di mentire.

E’ l’indifferenza di Meur­sault che è con­dan­na­ta al pat­i­bo­lo dal tri­bunale, la stes­sa che non gli farà provare alcun rimor­so per l’omicidio né dolore per la morte del­la madre, facen­do­lo apparire come un mostro agli occhi dell’opinione pub­bli­ca: mostro che, per Camus, rap­p­re­sen­ta in realtà l’essere umano che è in ognuno di noi. Se in tale atteggia­men­to alcu­ni han­no let­to la man­can­za di voglia di met­ter­si in gio­co e di accettare la sfi­da, sarebbe più oppor­tuno ved­ervi invece il cor­ag­gio del­la lot­ta con­tro val­ori sta­bil­i­ti dal sen­so comune, lot­ta por­ta­ta avan­ti con tena­cia fino alle ultime ore nel­la sua cel­la. Non è rin­un­cia a vivere ma volon­tà di portare fino in fon­do la pro­pria scelta, non aver pau­ra di restare solo, per­ché è pro­prio questo ciò che por­ta invece noi uomi­ni mod­erni all’adesione di val­ori con­di­visi: la pau­ra dell’isolamento e di essere con­dan­nati, sorte a cui sarà infat­ti des­ti­na­to il nos­tro héros da parte di un tri­bunale dagli assur­di pre­sup­posti. E’ pro­prio la con­dan­na a mostrare il divario tra Meur­sault e la soci­età, ad esplic­itare il sig­ni­fi­ca­to dell’absur­dité camusi­enne: un ambi­ente inca­pace di com­pren­der­lo, che lo descrive come un folle crim­i­nale a causa del suo gesto, la cui appar­ente rel­a­tiv­ità diviene ogget­tiv­ità al momen­to del­la con­dan­na da parte di un sis­tema fal­so e ipocri­ta ma che pre­tende di rap­p­re­sentare la verità.

Ma come par­lare di ver­ità in una soci­età che si bar­ri­ca dietro ad apparen­za e ipocrisia, dove è un post pub­bli­ca­to su Face­book a ren­der­ci bravi cit­ta­di­ni e per­sone da ele­vati val­ori morali? Meur­sault non è l’uomo mod­er­no né tan­tomeno l’eroe estra­ni­a­to e incom­pre­so che oggi un po’ tut­ti pre­tendi­amo di essere. Egli è estra­neo a con­ven­zioni imposte dall’uomo, ma non cer­ta­mente a se stes­so: è questo ciò che dob­bi­amo leg­gere nel suo “cela m’était égal” e nel­la sua indifferenza.
Se il nos­tro pro­tag­o­nista rap­p­re­sen­ta la natu­ra umana nel­la sua crudez­za, è pro­prio ques­ta che Camus ci sug­gerisce forse di recu­per­are, invi­tan­do­ci a spogliar­ci del­la sovras­trut­tura che ci siamo costru­iti intorno. Per­ché quel­la crudez­za lo por­ta sì a pre­mere per quat­tro volte il gril­let­to, ma gli con­sente di rimanere fedele a se stes­so, fedeltà che oggi non siamo sicu­ra­mente in gra­do di eguagliare.

Foto: cop­er­ti­na del libro nell’edizione con i dis­eg­ni di José Munoz.

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